Penso alle lingue, ai dialetti e alle caratteristiche più bizzarre che distinguono popoli diversi in ogni parte del mondo

Dopo il successo editoriale di “Io mi libro”, celebrato da Odysseo nel febbraio 2018 (https://www.odysseo.it/500-buone-ragioni-sorridere-alla-vita-intervista-ad-alessandro-pagani/), lo scrittore Alessandro Pagani torna con quello che sarà sicuramente un best-seller. “500 chicche di riso”, in uscita il 16 maggio, è infatti il resoconto delle assurdità della nostra epoca, un medley di sagacia, satira ed ironia descritte dalle illustrazioni di Massimiliano Zatini e dalla prefazione dell’inviato di “Striscia la Notizia“ Cristiano Militello, tifoso sfegatato di un modo di raccontare e raccontarsi che Pagani ha fatto proprio:

Ben ritrovato, Alessandro. Dopo aver parlato su Odysseo della tua silloge “Io mi libro”, oggi sei qui a presentarci “500 chicche di riso” (96 rue-de-La-Fontaine Edizioni). Come nel tuo lavoro precedente, anche in questo le contraddizioni e i paradossi del nostro tempo sono raccolti in 500 frasi. Trattasi di coincidenza o c’è un significato ben preciso dietro questa numerologia?

Le 500 frasi, che si susseguono accomunate da uno spirito goliardico che le contraddistingue, rappresentano per me una sequenza numerica comune che, oltre a dare un senso di continuità, fissano un punto e un obiettivo numerico preciso che potesse ricordare il precedente lavoro. In realtà sarei potuto andare anche oltre, ma il rischio sarebbe stato di tediare troppo il lettore. La strategia più divertente, come suggerisce la quarta di copertina, è di leggere una chicca alla volta…per altre 499 volte.

Nella Prefazione di Cristiano Militello si fa riferimento al tuo passato da batterista (nel gruppo “Stolen Apple” n.d.r.) e al suo da percussionista in merito all’amore comune che avete per l’armoniosa sincronizzazione. Quanto è importante, per uno scrittore o un cabarettista, sintonizzarsi con i tempi comici del pubblico/lettore?

La lettura dei miei libri umoristici è una lettura anomala in quanto non scorre fluida ma si esaurisce con ogni frase, gag o dialogo. In questo senso il tempo, o per meglio dire il ritmo, ha una parte fondamentale, perché scorre da una sensazione iniziale a un’altra, talvolta completamente diversa, in breve tempo, come la musica o come i tempi – tra una battuta e un’altra – di un cabarettista. Sta al fruitore interpretare questa cadenza in maniera ottimale, perché si possa trasferire un’emozione dall’artefice al beneficiario.

“E’ dall’ironia che comincia la libertà”. La frase di Victor Hugo apre il tuo libro. Soffermandoci su un banalissimo luogo comune, il tuo essere toscano ti aiuta a sperimentare nuove forme di intrattenimento? Credi, inoltre, che la capacità di suscitare riso negli altri possa variare, in una logica campanilistica, da regione a regione?”.

Sinceramente non ho mai afferrato il senso comico legato a una terra di appartenenza rispetto ad un’altra, la peculiarità di saper far ridere credo vada oltre confini, tradizioni o abitudini comuni. Certamente alcune caratteristiche personali devono per forza provenire dall’esperienza del vissuto e dal luogo in cui viviamo, ma ho sempre cercato di allargare i miei orizzonti per non rimanere piantato in banali luoghi comuni. In ogni caso è importante riconoscere quanto il territorio sia una sorgente infinita d’umorismo nel suo termine più esteso: penso alle lingue, ai dialetti e alle caratteristiche più bizzarre che distinguono popoli diversi in ogni parte del mondo, a partire dai vizi e dalle manie del nostro vicino di casa.

Sempre Militello paragona le tue freddure allo stile di un mostro sacro come Woody Allen. Apparentemente lontano dalla leggerezza satirica di autori quali Campanile, Marchesi o Guareschi, quello che comunemente definiamo “humor inglese” riuscirebbe, secondo te, ad attecchire sulla spiritosa tradizione, letteraria e non, italiana?

La vedo dura, l’umorismo italico in genere non ha mai abbandonato i propri princìpi che sono quelli dettati dalle usanze , dal folclore e dallo spirito goliardico, lo humour inglese invece rifugge da tutto ciò che è positivo, anzi lo inverte e lo ridicolizza al massimo, rendendolo appunto ‘nero’. Soltanto chi è riuscito nel tempo (come Campanile, Marchesi, Flaiano, Longanesi, maestri dell’umorismo dimenticati forse troppo in fretta) ad usare l’autoironia non come schermo di difesa, ma come atteggiamento per una nuova fase evolutiva, avrebbe potuto spaziare su vari fronti, quelli della comicità universale che li ha resi unici.

Progetti futuri?

Scrivere un romanzo, oppure una serie di racconti. Andrà a finire che scriverò un romanzo che parla di un tizio che scrive racconti…


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