Una parola al giorno in tempo di covid19

In questi giorni nei quali di tempo per pensare ce n’è a sufficienza – miracolo del coronavirus! – sento il bisogno di mettere in comune con voi lettori alcune riflessioni su tre parole che alla mia mente si presentano indissolubilmente associate, sicché, anche volendo, non saprei districarle l’una dall’altra.

Parto dalla prima, quella di cui facciamo un uso che spesso si rivela abuso: libertà. Nei prossimi giorni mi piacerebbe affrontare le altre due.

Molti ricorderanno che presso i Latini, nostri progenitori, i liberi erano i figli di famiglia, eredi legittimi del patrimonio paterno, in contrapposizione ai servi, o famuli, cui spettava il compito di servire e soggiacere all’arbitrio del pater familias.

Vi è dunque, alla fonte, una parentela stretta tra la libertà e l’ambito della famiglia: non intesa solo come dato biologico d’appartenenza, ma come rete di relazioni, struttura sociale entro cui i bisogni e gli interessi dei singoli dovevano trovare una qualche compensazione con quelli degli altri.

All’epoca, ciò non accadeva certo in forme armoniche né tanto meno democratiche, se è vero che il diritto romano accordava al capofamiglia lo ius corrigendi nei confronti di tutti gli altri membri: un diritto, anzi, un potere di fatto, che si spingeva fino alla possibilità d’infliggere la morte: non solo ai servi, ma alla moglie e ai figli stessi, i liberi per l’appunto.

Non voglio certo spingere nessuno a rimpiangere questo carattere di crudezza e di sopraffazione tipico d’una cultura patriarcale da cui, almeno in linea di diritto, la società moderna s’è da tempo affrancata. E allora qualcuno potrebbe chiedermi: che senso ha questo richiamo a una civiltà che molti ormai sentono lontanissima dal loro mondo? Il motivo è semplice: se non vuole precipitare di nuovo nella barbarie, nessuna società potrà mai fare a meno di porsi il problema del nesso tra libertà e costrizione. Che significa questo, in tempi di coronavirus? A mio giudizio, anzi tutto, vuol dire che non dovrebbe esser consentito a nessuno, ragazzo o adulto che sia, di giocherellare con la parola libertà, un oggetto di cui ci si è abituati a fare un uso distorto, estraneo al nucleo profondo del suo significato. Ai nostri giorni, per molti, essere liberivuol dire fare quel che si vuole, senza darne conto a nessuno, andare dove si vuole, allungare le mani su tutto ciò che piace, darsi da sé le proprie regole, senza il fastidio di ridiscuterle con gli altri. Potrei dire: cucirsi il mondo addosso, a propria misura, come un abito da festa. Il guaio è che adesso non siamo in festa, non lo siamo più, e di sicuro non lo saremo per molto tempo nei mesi che ci attendono.

Forse, a pensarci bene, non lo siamo mai stati veramente. L’euforia di tanti era un modo come un altro per stordirsi, drogarsi, pur di non prendere contatto coi mali, i molti mali, i molti pericoli annidati, come virus invisibili, sotto la superficie in apparenza levigata del nostro tempo, delle nostre splendide giornate, piene di luci abbaglianti. Splendide come queste mattinate d’una precoce primavera che, per una sorta di beffa, la natura pare voglia donarci a piene mani, facendoci sentire ancora più pesante, persino ingiusta, questa reclusione, questa esclusione dalla vita di fuori, che siamo chiamati a vivere come un obbligo: verso noi stessi e verso gli altri.

Non dico che sia così per tutti. Anzi, nella sventura che ci travolge, è di conforto veder fiorire attorno a noi nuove, creative forme di solidarietà e, soprattutto, tanto sacrificio da parte di chi ce la mette tutta, proprio tutta, per salvare la vita al prossimo. Segni importanti, da non sottovalutare: portano allo scoperto il volto nascosto delle nostre comunità, tanto che ci sentiamo di nuovo, legittimamente, orgogliosi d’essere “popolo”, al di là d’ogni retorica nazionalista, del tutto fuori luogo.

Tuttavia è innegabile che, a fronte di ciò, permane una minoranza, purtroppo non esigua, di nostri connazionali, al nord come al centro-sud, volutamente e ostinatamente sordi a quei richiami al rispetto delle regole con cui, com’è giusto che sia, i mezzi d’informazione ci bombardano.

Questa idea distorta della libertà, questa idolatria del diritto individuale di fare, in ogni circostanza, solo e sempre ciò che ci piace, in un momento come questo svela la sua insopportabile insipienza. Ma c’è di più: questa pretesa, questo arbitrio, è un’ingiuria indelebile – il tempo non la cancellerà – nei confronti delle tante e tante bare che vediamo sfilare, di quelli, ben più sventurati di noi, cui non è concesso né il conforto della carezza dei propri cari durante l’agonia né la dignità sacra del commiato. Ma è anche un’offesa a tutto il personale sanitario che, a vari gradi di ruoli e mansioni, sta dando prova d’impegno e competenza, d’energia fisica e spirituale ai limiti dell’umano. Sui loro visi segnati dalla stanchezza, spesso sfigurati dagli ematomi prodotti dalle mascherine, c’è il meglio di noi, il meglio del nostro Paese. C’è quella parte d’Italia che anche in passato ha saputo stringere i pugni e andare avanti, in silenzio, fare la propria parte, sempre e comunque, anche quando non era d’accordo, anche quando si vedeva costretta a subire certe nefaste scelte di taglio indiscriminato alla spesa pubblica nella sanità, nella scuola, nella ricerca, nella tutela ambientale, di cui oggi è sotto gli occhi di tutti che stiamo pagando il prezzo.

Certo, questo che stiamo vivendo non è un evento ordinario. Nessuna comunità, nessuno Stato, per preparato ed efficiente che sia, è in grado di far fronte in modo impeccabile ai mille bisogni e problemi che una pandemia del genere porta con sé. Resta però un fatto: noi non eravamo preparati! Questo va detto, non per amor di polemiche, inutili, dannose in questi momenti, ma per spirito di verità. Solo il rispetto della verità aiuta a non replicare gli errori passati. Va dato atto al governo e alla società italiana nel suo insieme, dopo i primi tentennamenti, d’aver cominciato a fare del suo meglio, assai più d’altre nazioni europee, da cui ci si sarebbe attesa più tempestività d’intervento e più efficienza. Eppure, questo non basta. È indispensabile, in tempi brevissimi, un salto di qualità: compierlo è nelle nostre mani, nelle mani di noi cittadini. Deprechiamo tante volte la crisi d’una democrazia divenuta solo procedurale, che si limita a convocarci periodicamente alle urne, infarcendoci la testa di demagogia. Ora spetta a noi dimostrare d’essere soggetti attivi e liberi, effettivamente liberi. Ci sono momenti, nella vita di una comunità, nei quali l’esercizio più alto della libertà consiste nell’obbedire alla legge e il culmine dell’attività è dato dalla capacità di desistere dall’azione, se questa si rivela dannosa a noi stessi e ai nostri simili. O si è capaci di capirlo da sé, oppure è giusto, è necessario essere obbligati a farlo! A questo scopo, esistono i codici, esistono le sanzioni, esiste l’esercizio della deterrenza: non con vane minacce, ma con una rigorosa pratica di punizione verso chi delinque. Da queste forme, irrinunciabili, di severità non verrà alcun attentato alla democrazia: chi lo pensa o è in malafede oppure va invitato a un surplus di riflessione.

Torno al punto da cui sono partita: forse oggi dovremmo riscoprire il senso originario, etimologico, del nostro essere liberi. Delle due l’una: o ci comportiamo come figli di una stessa humana familia, oppure il «patto sociale» tra noi rischia d’essere compromesso in modo lacerante. Ciò che si chiede, anzi, s’impone, a ciascuno di noi non è l’ossequio cieco all’arbitrio di uno Stato Padrone, bensì un minimo di capacità di discernimento e di coscienza civica, dopo più di 70 anni di democrazia. Zoppicante finché si vuole, ma pur sempre democrazia!

Dunque non più State a casa come preghiera, ma State a casa come obbligo, cui non sia più possibile sottrarsi. La prossima volta ragioneremo assieme di responsabilità.


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