Il gruppo dirigente del Pd sembra un nucleo di mosche imprigionato in una bottiglia

Caro Direttore,

la fine della “guerra” del Tap ha messo un’altra pietra tombale sulle sorti del M5S, al grillismo costerà voti e credibilità, a Di Maio non costerà nulla, perchè il ministro del lavoro degli altri si è ridotto ormai a leghista di complemento. Questo leader inventato dalla Casaleggio associati è un comunicatore efficace, ma lo è per una massa di gente che sa appena leggere e scrivere. Il caso dell’attacco a Draghi, che “non tifa per l’Italia”, è stato l’ultimo esempio di come l’ignoranza abbia preso il sopravvento sulle competenze. Ma in fatto di comunicazione, Di Maio arriva secondo: nel senso che il ministro Salvini, detto il Truce, è più efficace di lui, con la sua ribalderia troglodita che non risparmia neanche i morti a fini di propaganda, altro che “negri” e zingari. E il leghista ha imposto nel cosiddetto Contratto di governo e fuori contratto misure e scelte (condoni, sicurezza e grandi opere) che minano la natuta stessa del M5S e riducono a puro folklore le bandiere del grillismo. Ciò che mina la tenuta e l’unità del Movimento nelle frange che guardano a sinistra.

Ora, è evidente che la discesa del Di Maio, uomo solo al comando, è incominciata e non si fermerà. Dopo il Tap arriverà la Tav e poi le pedemontane, i passanti, insomma tutto quello progettato dai precedenti governi “di ladri”, che alla Lega e al Nord stanno benissimo. Perchè, mentre i grillini si attardano nell’onestà pagata dallo Stato (vedi reddito di cittadinanza) i leghisti e il Nord badano alla crescita del Paese, la quale, ovviamente, non si può fare con i “negri”. Cioè, mentre Di Maio spara stupidaggini, Salvini va avanti nella costruzione di un nazionalismo patriottico con i colori del fascismo. La prossima mossa del Truce sarà l’assalto a Roma per mandare a casa la Raggi, in grossa difficoltà, e issare sul Campidoglio la bandiera di Alberto da Giussano.

Questo è il quadro di una lunga premessa che ci porta alla domanda dell’oggi: la sinistra e il Pd che fanno? Il gruppo dirigente del Pd sembra un nucleo di mosche imprigionato in una bottiglia. Anche le poche iniziative che organizza, al di là delle migliori intenzioni, sembrano sfinite prima di cominciare. Si ha l’impressione che gli uomini del Pd non riescano a riprendersi dalla storica batosta elettorale e continuino a comportarsi come non fosse urgente la rinascita. Siamo in tempi di “guerra”, ci vorrebbero iniziative coraggiose e straordinarie, ma loro continuano con i balletti interni. Chi correrà per la segreteria? Zingaretti o Minniti o Gentiloni o Calenda o altri volonterosi. Tutte persone rispettabili e perbene, intendiamoci, ma che rimandano al passato più che al futuro. Con quel passato il Pd ha perso pesantemente. Colpa di Renzi, certamente, di un Renzi che doveva cambiare il partito e invece lo ha scassato, allontandandolo dalla sua vocazione primaria: quella difesa dei deboli che non si è accompagnata alla modernizzazione, che pur c’è stata. L’odierno paradosso è che il Pd è ancora renziano, nella gran parte di quel che resta. Perchè lo sconfitto Renzi aveva fatto le liste per Camera e Senato a sua immagine e somiglianza. Adesso è difficile che il partito renziano superi il renzismo, mentre, al contrario, servirebbe una scossa forte per reagire alla sconfitta, mentre il Paese va a ramengo con il governo gialloverde.

Il Pd deve decidere subito che strada scegliere. Dice un sondaggio underground che un partito di Renzi, in una eventuale scissione, avrebbe il 14 per cento dei consensi, cioè che il Pd viene percepito come renzista. Se così è, Renzi si faccia il suo partito, cerchi di raccattare qualche pezzo di centro liberale, qualche avanzo di berlusconismo, e continui la battaglia contro Lega e 5S. Il poco Pd che resterebbe ricominci a dialogare con sinistra, cattolici democratici, società civile e pentiti del grillismo che dovranno, prima o dopo, tornare a casa. Questa nuova sinistra cerchi e metta alla guida una donna di valore. Perchè oggi, nel panorama europeo, siamo il Paese più arretrato rispetto alla presenza di donne ai vertici delle istituzioni. A mio sommesso parere, è una delle cause principali della nostra condizione attuale. Le donne, la loro tenacia e la loro sensibilità sono il nostro futuro, e noi siamo in grande ritardo. Soluzione troppo semplice? Certo ci vorrà un lavoro di lungo periodo, ma neanche il Colosseo fu costruito in un giorno.


Fontehttp://www.isoladiavalon.eu/wp-content/uploads/2016/01/renzombie.jpg
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Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).