
Per un operaio che non muore, ma scompare nel dolore
Là, sotto la pelle della città,
la tua vita
aperta come crepa.
Il tempo non si è fermato
ha soltanto cambiato marcia,
e tu sei rimasto dietro,
inchiodato all’istante.
L’assenza ha messo radici
nel tuo corpo è un animale
cieco ti scava dentro.Ti divora
non con denti, ma con ore
che non finiscono mai.
L’assenza è una cucitrice
stanca: rattoppa le tue giornate
con ago arrugginito,
senza filo per la rabbia.
Tu non sei il morto.
Il morto si piange,
si veste di lutto,
si onora con parole.
Tu sei la ferita che non parla,
sei l’ombra piegata
tra un prima e un dopo
che non si toccano più.
Il cantiere ti chiama nei sogni,
ma ora sei terra, sei fango,
sei silenzio cucito al lenzuolo.
Il tuo casco giace in un angolo.
La tua voce anche.
L’assenza ha le dita sporche,
ti accarezza il volto ogni mattina
e poi ti lascia solo,
nudo, sotto la luce di un neon.
Non sei stato celebrato.
Sei stato trasportato.
Spostato.
Dimenticato.
Ma io ti vedo nella musica
muta della tua assenza.
È sinfonia spezzata,
è tamburo senza pelle.
È fisarmonica che piange
senza più fiato.
Tu sei la ferita di tutti,
anche se nessuno la nomina.



























Versi meravigliosi, di un’empatia quasi dolorosa ma che abbraccia con calore colui che è la nostra “ferita”, la nostra sconfitta. Chiusa grandiosa.
Grazie mille per queste belle parole.