“La sensazione più dolce che si prova alla presenza di un amico, il riconoscerlo,

ce la dà l’impronta della sua mano nella lettera”.

(Lucio Anneo Seneca)

Forse il tema di questa riflessione sembra essere un capitolo chiuso al tempo di internet e di Facebook, ma non sarebbe male riscoprire la bellezza di ricevere una lettera, la curiosità di leggerne il contenuto e la fretta di scriverne una risposta.

Pur usando mail e messaggistica, non si ha la stessa sensazione di ricevere una lettera indirizzata al proprio nome, al proprio civico.

Anche se i tempi si abbreviano con i messaggi, vocali e non, la sensazione della lettera rimane unica, perché non si ha uno schermo davanti a sé, bensì un foglio toccato dalla persona cara che desidera scrivere. Non si hanno carattere predefiniti come accade per gli smartphone, ma si tocca con mano la stessa scrittura del mittente, come per accarezzarlo a distanza.

Allora diventano vere le parole del nostro ormai amico di viaggio Seneca, proposte nella citazione che come consuetudine poniamo all’inizio di ciascuna riflessione settimanale: l’amico lo si riconosce grazie all’impronta della sua mano sigillata nella lettera.

La lettera diviene così “l’altra metà della conversazione”.

Però la lettera scritta su carta e sigillata dalle parole del mittente ha un inconveniente molto pericoloso e se si vuole doloroso: può rimanere senza risposta.

E così il dialogo non avviene; la relazione si spezza; la comunicazione si arresta.

Come si sa, esistono diversi tipi di lettera: privata o aperta, informale o formale.

La lettera informale, per esempio, utilizza un tipo di comunicazione personale e semplice, colloquiale, perché rivolta a destinatari con cui si ha confidenza e con cui si può utilizzare un linguaggio amichevole.

La lettera formale, invece, si indirizza a soggetti estranei oppure nelle comunicazioni di servizio e ufficiali, motivi per i quali la forma è austera, curata e precisa, con un lessico appropriato a seconda delle circostanze che spingono a scrivere la lettera.

La lettera, allora, può essere un utile strumento per la comunicazione, ma è anche un’arte, un’arte che non deve perdersi, un’arte che non deve essere relegata nel passato. Scrivere una lettera di proprio pugno e con la propria firma è il segno che l’uomo non si è ancora stancato di dedicare il proprio tempo alle persone care lontane.

Anche se oggi pare che le uniche lettere rimaste in circolazione e spedite frequentemente siano solo le famose “bollette”.

Nella letteratura, molti sono gli autori che hanno scritto delle lettere o usato il genere letterario della lettera; si potrebbero ricordare: Foscolo, Leopardi, Moravia, Tolstoj e tanti altri.

Proprio quest’ultimo, in una sua lettera ai lettori, a proposito dell’arte di scrivere avvertiva: “Lo scopo dell’arte non è quello di risolvere i problemi, ma di costringere la gente ad amare la vita. Se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent’anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s’innamoreranno della vita sulle mie pagine e lettere, allora dedicherei a quest’opera tutte le mie forze.

Questa è l’unica ragione per cui scrivo: perché amo la vita, comprese le sue ombre. Se anche solo un lettore la amasse un po’ grazie a queste pagine, sarei soddisfatto.

Proprio te ringrazio, lettore, che hai accostato l’orecchio a queste storie e parole, come si fa con una conchiglia. E spero che tu abbia provato nel leggere ciò che ho sentito io nello scrivere: un po’ di amore per la vita e un po’ più di misericordia per l’uomo”.