“Peter si ritrovò da solo ai margini del cortile. Guardando, chiunque avrebbe visto un bambino vicino al muro che fissava lo sguardo nel vuoto, senza fare niente.

In realtà, Peter pensava molto intensamente.”

(I. Mcewan, L’inventore dei sogni)

Εἷς μοι μύριοι, ἐὰν ἄριστος ἦν.

 

C’era una volta l’invisibilità, quella senza volto.

Vi è mai capitato di pensare alla sua esistenza? Non parlo di persone che hanno trovato il mantello magico, ma di esseri umani che lo sognano, tanto da vivere come lo avessero. La loro invisibilità non ha niente a che vedere con la vigliaccheria o l’indifferenza, è piuttosto una specie di militanza.

Non sono persone discostate o distanziate; vicino a loro il mondo prosegue per la sua strada e, fortunatamente (per come la vedono) si dimentica di averle accanto.

Durante le adunate fra amici, le persone invisibili escono dal radar degli astanti, smettono di esistere e lo fanno volontariamente: da quella posizione possono vedere tutto, senza bisogno di avere il controllo su niente.

In quella loro discrezione trovano una prospettiva, riposano e si ristorano in uno stato di quiescenza, si sottraggono alle previsioni ed alle introiezioni, accrescono il potere di vedere sofferenze nascoste, sorrisi celati, gesti impercettibili.

Non hanno bisogno di esprimere necessariamente il loro pensiero, alcuna necessità di appartenenza ad ogni costo, non devono essere spudorati, non sbagliano mai il momento, non trascurano la bellezza (che contiene l’esatta misura e la meticolosità del dettaglio, per questo va osservata a distanza), non hanno interesse ad essere coinvolti nelle cose mondane, vivono senza certezze, non hanno bisogno di difendersi ed affermarsi, non conoscono presunzione.

Ci sono, ma si fa fatica ad accorgersene.

Scelgono di farsi dare per scontate, non amano particolarmente le forme del mondo e fanno di tutto per restargli lontano. Di spalle, non c’è niente da fare, non si fa caso a loro, ed a loro non dispiace affatto, poiché è esattamente ciò che cercano.

Si mettono disinteressatamente nella condizione di stupire; aprono la bocca quasi per sbaglio e non solo parlano, hanno IL Cervello e sono in grado di far ridere.

Gli invisibili si portano dietro uno spessore ed un peso specifico tali da comporre un intero universo di sapere e sentire. Sono buoni, usano parole gentili e linguaggio delicato, sono colti di un sapere che non ha alcun bisogno di essere accademico e cattedratico, intelligenti, cervellotici, ricchi di particolari in un abisso di profondità: profumano. Si muovono piano, hanno le mani lente anche quando corrono, afferrano l’inafferrabile, hanno la voce bassa, guardano verso il basso, reggono gli occhi negli occhi, sorridono avvolgendo e mai dirompendo, sono taglienti, riscaldano.

Si fanno vedere solo da chi dicono loro e scompaiono senza sparire esclusivamente quando lo decidono. L’incancellabile senza forma e senza tratto, l’ineliminabile senza definizione.  Gli invisibili sono refrattari a qualsiasi genere di gomma.

La modalità stealth è prerogativa pregiata, odora di buono, è onesta ed insostituibile, non vuole diventare niente, ma suo malgrado non sempre ci riesce.

L’invisibilità ha una caratteristica: finché non esiste, non esiste. Dopodiché, pur restando invisibile, diventa indelebile.

Nome si chiama.

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Fotocredits: Luca Iermano


FontePhotocredits: Luca Iermano https://www.instagram.com/lucaiermanotattoo/
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.