A pagare sono sempre gli innocenti

Nel romanzo “Il Ponte sulla Drina” di Ivo Andrić, Premio Nobel per la letteratura nel 1961, viene narrata la vicenda di Pietro Sola, tuttofare italiano della città di Višegrad. Un bel giorno Mastro Pero, alla porta del famoso ponte, apprese della morte dell’Imperatrice Elisabetta, Sissi per i più, colpita a morte a Ginevra per mano dell’anarchico italiano Luccheni. Subito Mastro Pero, essendo italiano, prese a giustificarsi e a dire che non c’entrava nulla con quel Luccheni e che non aveva mai ucciso nessuno. La gente, per un po’ di tempo, cercò di consolarlo e di calmarlo, ma tutto ciò non riuscì a sedare la paura di essere associato agli anarchici e agli assassini, al punto da divenire una mania. E così i cittadini di Višegrad iniziarono a burlarlo e i giovani, nascosti dietro qualche siepe, ogni volta che Mastro Pero passava, gridavano: Luccheni. La moglie cercò di scuoterlo: “Avanti, tontolone, di che ti vergogni? Perché‚ un italiano ha ucciso l’imperatrice? Si vergogni piuttosto il re d’Italia! Chi sei tu, e che cos’hai da vergognarti?” e Mastro Pero diceva di vergognarsi di essere vivo e  italiano.

Il riferimento a questo piccolo racconto, incastonato nel romanzo di Andrić, mi è venuto naturale a seguito della considerazione che abbiamo assunto nei confronti dei russi, un popolo da dover stigmatizzare ad ogni costo e in ogni ambiente. Mi ha fatto molto riflettere  ciò che è accaduto in un recente incontro, nel quale un relatore ha usato “per errore” la parola “russi”, che ha sostituito con un generico “stranieri”, come se avesse commesso chissà quale peccato mortale.

I russi, ad oggi, sono diventati il nemico numero uno e, per tornare al nostro caro Mastro Pero, ogni individuo di Mosca e dintorni viene visto con sospetto. Si cancellano le parole “Russia, russo” in nome di una miope generalizzazione, discriminante e abietta, che confermano ciò che disse Georges Clemencau, Primo Ministro francese, durante i lavori della Conferenza di Pace di Versailles:”Le nazioni sono entità reali: ne ami una, e provi per le altre indifferenza, o odio”. Lo straniero non sfugge a queste categorie e si trasforma talvolta nel capro espiatorio reale e concreto sul quale scaricare la rabbia. Non scampano a questa regola nemmeno le persone passate a miglior vita. Solo qualche mese fa, mentre il conflitto era alle prime e drammatiche battute, colpì la scelta, inopportuna e infelice, della Bicocca di Milano di annullare le lezioni che Paolo Nori avrebbe dovuto tenere su Dostoevskij, il quale si vide recapitare questa mail: “Caro professore, il prorettore alla didattica ha comunicato la decisione presa con la rettrice di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è evitare qualsiasi forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione” (fonte Sole 24 ore). Seguì il precipitoso dietrofront della rettrice della Bicocca Giovanna Iannantuoni che si scusò per una scelta fatta in un momento di particolare tensione e che proponeva una lettura sinottica dei brani di Dostoevskij e di autori ucraini, proposta che Nori non accettò, affermando di voler fare il corso altrove: “Censurare un corso, come si fa, non solo essere un russo vivente oggi in Italia è una colpa ma anche essere un russo morto, un russo che quando era vivo nel 1849 è stato condannato a morte per aver letto una cosa proibita”.

Nel gran calderone della censura, improvvisata e imbarazzante, erano finiti persino i cartoni animati di Masha e Orso, famosissimi in Italia e prodotti proprio in Russia. Poi qualcuno ha fatto notare che la produzione si era trasferita a Cipro e che il boicottaggio sarebbe stato inutile.

L’esperienza di Mastro Pero che, invero, si complica da solo la vita, ma che rimane tuttavia vittima della sua nazionalità, mette in rilievo come spesso lo straniero, pur essendo una brava e stimata persona, se è originario di uno Stato che a livello internazionale si rende colpevole di violazioni gravi, viene additato come un nemico pericoloso per la società. La storia è ricca di episodi che hanno visto gente essere perseguitata o offesa perché purtroppo figlia di un contesto politico sociale a loro sfavorevole. Per l’Affare Dreyfus, ufficiale ebreo che in Francia fu accusato di spionaggio in favore dei tedeschi, si acuì il sentimento antisemita ma Zola ne prese le difese con il famose “J’accuse” , un po’ come ha fatto Nori per il povero Dostoevskij.

A pagare sono sempre gli innocenti, russi che magari vivono anche nei nostri confini e che adorano il nostro Paese, ma che per i motivi bellici e per le sanzioni non possono vedere i propri cari o potersi pagare gli studi perché negato loro il trasferimento di denaro. Probabilmente non si batteranno il petto e non si vergogneranno alla maniera di Pietro Sola, ma certamente, tanti di loro sono vittime inconsapevoli del conflitto, che pagano una colpa che non hanno commesso.


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