Ho fatto il vaccino Astrazeneca, come previsto per la mia categoria professionale e per la mia fascia di età. Sempre nel pieno rispetto delle previsioni di massima, mi sono fatta una giornata con la sensazione di aver avuto un incidente contro un tir: sorvolo sui dettagli, è passato.

Cioè sembrava: ero beatamente stesa sulla mia amata chaise lounge, il sole entrava dalle finestre e me lo stavo godendo come solo chi vive in Ossola può (sete di giallo, si chiama), ho sentito un certo calore al volto e l’istinto primordiale che vive con me di vita propria ha suggerito non essere merito della stella calda.

Poca poesia: risalita la febbre. Tempo zero riecco i dolori in giro per il corpo, tempo zerovirgolauno finisco a letto e aspetto il momento per ingerire la Tachipirina.

Qualcuno mi scrive, così prendo il cellulare e mi ricapita il video copiato in fondo a queste righe. Lo avrò guardato mille volte e per la metà di mille avrò letto le polemiche di chi lo ritiene finto.

Me ne sono sempre infischiata: finzione o meno, è sempre una gran botta allo stomaco l’istante in cui lo sguardo di lei si appoggia su di lui e una botta dritta alla pancia tutto il tempo successivo. Sempre uguale.

Solo che oggi mi sono ritrovata a fare un’osservazione spontanea in più, rispetto al solito: ad “esibizione” conclusa, Ulay può alzarsi e andare. Sì, mi piace pensare sia vera quella storia, quindi anche con la pancia in disordine, lui può: si alza, esce di scena e va a curarsi qualsiasi cosa provi altrove, con sé stesso o con chi vuole. Lei no, non può. Deve restare dov’è e terminare l’esibizione che ha iniziato al Moma: abbassa la testa, composta nel fisico fa forza su sé stessa, quasi violenza, alza la testa, apre gli occhi e fissa la successiva persona lì davanti.

Ambedue hanno subito un dramma o meritato un miracolo emotivo; ambedue hanno risentito di un colpo, solo che uno può liberamente andare a ritrovarsi, l’altra no. Deve continuare. E continua.

In un vestito rosso che non necessita di nessun’altra parola.

Credo che gli uomini, certe cose, incolpevolmente, non potranno capirle mai.

Non davvero.

Innocenza.


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.