
Lancerò o no?
“Maggiore, un ordine per te dall’alto comando. Oggi missione speciale!”
Cosa mi dirà ora il generale? Mi dirà che devo intercettare qualche missile proveniente dalla Striscia o dall’Iran? Devo volare in pattugliamento congiunto di fronte a Tel Aviv come ormai facciamo da circa un anno ogni giorno? Questa terra, così piccola rispetto al globo terrestre, è maledettamente grande quando ci devi volare sopra. Ogni giorno incontro traccianti che vengono dal basso che cercano di colpirmi ma non possono farmi nulla. Quelle mitragliatrici potrebbero farmi male se volassi basso, ma di solito sono oltre le scarse nuvole che si incrociano su questa terra che Dio ha dato ai nostri padri.
“Maggiore, oggi l’obiettivo è questo qui sulla mappa. Sappiamo da tempo che questo è un rifugio per tutti i comandanti delle forze che ci hanno attaccato. Compito suo è fare una sortita e sganciare. Gli Stinger che abbiamo trovato l’altro giorno non dovrebbero essere un problema per lei. I nostri aerei sono i migliori”
“Agli ordini generale”
E sono andato via, fra l’entusiasmo di essere stato scelto per fare questa missione così delicata e un vivo pensiero che cercavo di allontanare. Era da tempo che speravo di essere scelto per una missione speciale che non fosse l’attacco ad avamposti abbandonati e pieni di armi o a fare pattuglia sui cieli della capitale senza poter nemmeno sganciare un missile per distruggere droni o ipersonici provenienti dalla zona di Isfahan in Iran. Durante le operazioni di giugno non ho fatto altro che guardare. Servivano piloti scafati, esperti nel combattimento notturno. Io lo sono, ma hanno pensato bene di tenermi in riserva per un mese in cui mi sono goduto i due bambini e serate in famiglia, fra un allarme e l’altro. Ma noi abbiamo un rifugio tutto nostro, pieno di ogni bene e assolutamente sicuro a 10 metri da casa. Il nonno lo volle ai tempi dell’arrivo qui. Diceva: “Non si sa mai scoppi una guerra nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica”. Erano i tempi in cui la nostra patria combatteva con l’Egitto e le nazioni si predisponevano a distruggere la nostra vita e libertà. Ho visto nel tempo i miei primi amici divenire nemici e ora questi non so dove siano. Forse a Jenin mi hanno detto. Di qualcuno so che è stato ucciso in qualche raid, mentre lanciava molotov contro le pattuglie nel 2017. Ora che ho 28 anni non posso crederci che sto per alzarmi in volo in una missione speciale. Dovrei raccontarlo a mia moglie che mi prende sempre in giro e al resto della mia famiglia che vorrebbe spazzare via tutto ciò che non parla la lingua della Torah.
Ecco il mio F35. Bellissimo. E che forza ha, con i suoi motori e con la sua linea elegante. Quando li vedo alzarsi in volo il cuore mi batte all’impazzata. Dopo tanti F16 avere in mano un F35 è un colpo al cuore. So che è stato installato anche un uovo dispositivo di intercettazione di missili ipersonici, nel caso mi trovassi in volo. Una sorta di laser che aiuta le batterie antiaeree di terra e che permette ai sistemi Iron Dome e Fionda di Davide di essere più efficienti. Autorizzazione al decollo e via, partenza. Sento come una sorta di frusta dietro la schiena ogni volta che mi stacco da terra. È buffo vedere dall’alto quelle macchine di movimento terra che scavano scavano verso la Cisgiordania. È buffo credere che cumuli di polvere e sabbia siano la terra di latte e miele che ci hanno promesso. Anche oggi comunque mi sono alzato in volo. Che bello essere qui. Il capo formazione ci segnala di andare verso sud, verso Gaza. Non è difficile capire la direzione anche senza strumenti. Basta seguire il fumo denso degli incendi che si alzano da lì. Ci sono stato più volte su quel cielo di scorta agli altri aerei. Dal mare ho potuto notare il blu delle acque, contraddistinte da un verde smeraldo quanto più ci si allontana dalla costa. Un mese fa ho scortato l’aereo del primo ministro a Cipro, isola bellissima. Un aereo americano, un Awacs, ci siamo incrociati più volte, mentre loro monitoravano eventuali lanci dall’Iran. Missione semplice, ma anche pericolosa. Dei turchi è sempre meglio non fidarsi totalmente, ma fino ad ora a parte delle prese di posizione a voce non ci sono problemi. I nostri aerei di linea sono ad Ankara, Istanbul e in ogni aeroporto turco. Sanno fare politica internazionale e pure bene. L’anno scorso mi trovai sopra Amman. Ci avevano autorizzato ad aiutare l’aviazione giordana mentre dall’Iran lanciavano missili e droni. Li vedevo sul radar, molto lenti, ma mai nella mia zona di competenza. Invece Beirut, magnifica dall’alto, l’ho sorvolata di più, sempre di scorta ad alcuni sistemi di terra delle truppe speciali, che si infiltrano nelle retrovie di Hezbollah e riescono a creare confusione, facendo guerra elettronica, facendo esplodere a comando ogni dispositivo elettronico come fosse un ordigno. Oggi però è diverso. E qui inizia il tormento di quel pensiero che non vuole proprio saperne di abbandonarmi. Oggi mi hanno ordinato di sganciare quel missile, quel dannato missile agganciato sotto le mie ali. Non è il missile in sé a darmi problemi. Ma quello che sono chiamato a fare. Sganciarlo e farlo detonare poco sopra l’obiettivo, creando un’onda d’urto terribile, che strappa pure la carne a chi ci si ritrova sotto. Un pensiero mi dice che non lo voglio fare davvero. Che non devo farlo. Col mio F16 giorni fa ho colpito sì qualcosa ma sapevo che quella fabbrica era vuota. L’ho distrutta ma era vuota, lontana dal campo profughi e possibile deposito di armi. Non si poteva farla esplodere a colpi di cannone e serviva un aereo, data la zona impervia.
Ma oggi so che passandoci sopra a quell’edificio che ora vedo in lontananza, lo sgancio della bomba sarà devastante per chi vi è sotto. E se fossi io? Io che ho bambini piccoli a casa e che non riuscirei a sopravvivere al dolore di vederli volare via, sotto una bomba che tutto distrugge? Il 7 ottobre ho avuto paura, ero terrorizzato. Credevo che ogni movimento dato dal vento fosse un probabile nemico. Ho pensato pure che fosse una operazione di falsa bandiera, organizzata dalle nostre stesse truppe. Mi avevano concesso dei giorni di sorpresa, in vista di alcune festività. Non me lo attendevo. Quella mattina siamo andati nel rifugio, mentre le sirene stridevano forte sulla città. Hanno continuato a suonare per varie ore e noi avevamo giù a disposizione solo una vecchia radio che ci ha tenuto compagnia fra le tante notizie che giungevano. Sembrava che il nostro esercito si fosse volatilizzato, che solo la polizia riuscisse ad agire e che la nostra aviazione fosse stata neutralizzata. Qualcuno ha creduto anche che un attacco missilistico atomico dall’Iran fosse imminente. I bambini piangevano e pure io, di nascosto, l’ho fatto per un attimo. Ora a pensare al terrore che ho vissuto penso a quello che stanno provando laggiù nel vedermi arrivare. Il fumo dei post-bruciatori ormai è visibile, in questa prima mattina splendida. E se fossi io a vedere non solo quest’aereo ma anche quel proiettile metallico capace di distruggermi all’impatto, senza che me ne accorga? Potrei mai io perdonare chi mi colpisce? E i sopravvissuti potrebbero mai evitare in futuro una vendetta per aver eliminato me e tanti altri? Io posso premere un bottone e subito questo radar guiderebbe il missile proprio lì, lì dove ora mi sto recando. Che pensieri disturbatori col loro carico di dubbi. Io devo fare il mio dovere. Me lo impone la mia divisa. Ho giurato quel sì, dopo avere ascoltato che ‘avere le ali di pilota vicino al cuore riflette un incontro raro e significativo di sogni, determinazione e abilità. Siete accompagnati da una responsabilità, sia personale che nazionale: la responsabilità di eseguire una missione, la responsabilità per la vita umana, la responsabilità per la perfezione della macchina e la responsabilità per il destino della nazione”. Ho giurato di difendere la democrazia, la libertà dall’oppressione. Ho promesso a me stesso che mai una nuova Auschwitz, una nuova Birkenau ci sarebbero state. Ho sottoscritto un patto con la mia nazione, rammentando quello di Abramo e Mosè con Dio. Sì, mi sono detto: “Lo farò!”.
Mi hanno raccontato da bambino che la patria è una madre buona, che combattere per lei è una cosa straordinaria, che mai siamo stati noi a iniziare una guerra. Questo governo è vero, ha avuto problemi. Ma con quegli altri sarebbe stato peggio. Abbiamo sofferto con Rabin. Pezzi della terra regalata ai nostri patriarchi erano stati dati a quell’uomo strano e infido di Arafat. Rabin però ci ha creduto alla pace e ora siamo di nuovo qui, punto e daccapo. Certo, vorrei vivere sereno e capisco anche un genitore che ebreo non è che vuole il meglio per i figli. Alla fine, entrambi abbiamo gambe, cervello e cuore. Ma ora devo sganciare. La mia nazione crede in me nel compito che devo fare. Salverò le vite dei miei connazionali. Forse è pure vero, ma in questo momento io sto per sganciare su quella massa di persone che in quell’edificio là, che si staglia fra una moschea e la piccola chiesa, fra il luccichio del mare e il campo di calcio. Non è la patria a farlo. Sono io il responsabile della vita e della morte? Mi sento Dio da una parte, mi sento un uomo fragile dall’altra. Se non sgancio diranno che sono un codardo, che non ho attributi adatti a essere un aviatore, ma fino a prova contraria non voglio ammazzare vite. Finora non l’ho mai fatto se non perché hanno cercato di uccidermi. Ho sempre volato ma agli inizi del servizio militare ho anche combattuto mentre cercavano di spararmi fra le strade, di eliminarmi. Ma ora non ce la faccio. Ci sono uomini armati nelle vicinanze, lo so. Ma un bambino, una donna, un uomo non posso proprio ucciderli. Io potevo essere nato dalla parte sbagliata e ora stare lì, a guardare un aereo grigio e sinistro giungermi sul capo, pronto a farmi del male. Ma a guidare sono io. Io solo devo eseguire un ordine e non lo voglio eseguire.
Il capo formazione ci richiama e ci dice “Obiettivi definiti. Lanciare”.
Lancerò o no? Farò evaporare sotto il peso della bomba vite, sogni, progetti? E quelle lacrime che verserei dopo basterebbero a sentirmi meglio appena tornato? No. Questa è una guerra di morti di fame contro altri morti di fame. Solo che la fame ora la tengo a bada. Ma loro? Aspettano camion per sopravvivere. Magari ora un bambino sta allattando al seno della madre e questo missile lo strapperà alla vita e all’amore. Chi sono per giudicare chi o meno è degno di sopravvivere? No, non sgancerò.
Mi metteranno dinanzi al plotone di esecuzione? La mia vita vale quando capisco che l’altra è parte della mia. Non lo sapranno mai che non ho sganciato oggi. Ma almeno vivranno. Io no. Ma la mia coscienza è un tempio sacro. E nessuno riuscirà a violarla con un ordine di morte. Volo alto, ma sgancerò solo vita oggi. E sarà vita donata anche ai miei figli: papà è stato più papà ora non facendo male…
***
Lettera per il cessate il fuoco a Gaza, per la fine delle ostilità e per la restituzione degli ostaggi
Noi sottoscritti dirigenti scolastici Paolo Farina e Paolo Saggese
AUSPICHIAMO
che il Presidente della Repubblica, On. Sergio Mattarella, e il Governo italiano si facciano promotori:
• di una richiesta di immediata cessazione del fuoco e delle ostilità tra le parti belligeranti e di restituzione degli ostaggi alle famiglie;
• della garanzia dell’immediato supporto umanitario alla popolazione di Gaza, ai bambini, alle madri, agli anziani innocenti, che stanno patendo il dolore atroce della guerra e gli stenti per fame, che stanno decimando una popolazione inerme.
Siamo convinti che ciò che sta accadendo vada oltre la stessa idea di “guerra”, che in modo spietato l’uomo è riuscito a concepire.
Facciamo nostra e aderiamo alla dichiarazione congiunta dell’Arcivescovo Card. Matteo Zuppi e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz, che, tra l’altro, affermano:
“Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza”.
(“Sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità comune per la pace”).
Incapaci di essere indifferenti alle atrocità che stanno accadendo, convinti del ruolo delle nostre Scuole che hanno il compito di educare alla cittadinanza planetaria e alla fratellanza tra tutti i popoli, contro le guerre e la “logica” della “legge del più forte”,
invitiamo, a titolo personale, tutte le “donne” e tutti gli “uomini” di scuola, dirigenti scolastici, docenti, personale amministrativo, tutte le cittadini e tutti i cittadini italiani, a firmare questa “Lettera – appello”.
PRIMI FIRMATARI
PAOLO SAGGESE, DIRIGENTE SCOLASTICO
PAOLO FARINA, DIRIGENTE SCOLASTICO
Link per la sottoscrizione:
https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdOxGjiIxVzFGHuWBs3HTrYoQ5_KErMYGAGRy7wV-8dxffVrA/viewform
























