Avanti o dietro la macchina da presa, D’Amore è centrato, freddo, nel suo lavoro non c’è spazio per spifferi banali

Si può scendere all’Inferno e tornare? F orse sì o forse no! Ma, di certo, per Ciro Di Marzio, il Superuomo nietzschiano, risorto più volte dalle proprie ceneri, come un vera fenice o un vero boss di Secondigliano, nessun epilogo è precluso, nessuna fine è scontata.

“L’Immortale”, diretto ed interpretato da Marco D’Amore, sceneggiato da Leonardo Fasoli, prodotto e distribuito da Riccardo Tozzi e Nicola Maccanico per Vision Distribution e Cattleya, è lo spin-off della fortunata serie Gomorra, prodotto italiano esportato, con orgoglio, nel mondo.

Sparato da Genny Savastano (Salvatore Esposito) e gettato in mare, Ciro fa i conti con i fantasmi del suo passato, quel prematuro vagito sommerso dalle macerie di un terremoto che sconvolgerà i traffici illeciti di Vele che trascinano Scampia nella tempesta di un modello da ammirare in qualità di plot e arte recitativa, ma sicuramente da non imitare, specchietto per le allodole della micro-criminalità, quel padre putativo, Bruno, maschera pirandelliana macchiata di sangue e alto tradimento.

Ciro come il Carlito Brigante di Al Pacino e Brian De Palma, Napoli come Riga, la Lettonia, il Purgatorio omicida  e catartico, il Limbo dantesco in cui espiare le proprie colpe, una paranza autoctona rivale di quella mafia russa probabilmente troppo stereotipata ma caustica nell’evoluzione della pellicola. La regia di Marco D’Amore è sofisticata, lenta ma, non per questo, meno incisiva, primi piani e piani sequenza si alternano con maestria e passione, facendo un po’ il verso ai duelli classici e oculari raccontati da Sergio Leone negli Spaghetti Western.

Avanti o dietro la macchina da presa, D’Amore è centrato, freddo, nel suo lavoro non c’è spazio per spifferi banali, il refolo che abbatte le certezze degli spettatori soffia con la rapidità di un uragano sulle vite di scagnozzi minori, piccole ed inermi creature manipolate da un messaggio sbagliato e contorto, ammaliate dalla voce suadente di Stella, cantante e amore alle prime…armi.

Le migliaia di morti delle precedenti quattro stagioni di “Gomorra – La serie” qui tornano ex abrupto a galla, manifestando caratteri e odio, paura e fragilità, gesti mendaci che sembrano ammiccare alla realtà sommersa partenopea, trofei di guerra branditi come la testa di cavallo coppoliana de “Il Padrino”, obiettivi da ghermire ad ogni costo, con ogni alleanza plausibile, sotterfugi machiavellici che ci rimandano ad un quinto appuntamento, in una sorta di “excusatio non petita, accusatio manifesta“ della Camorra dei nostri giorni, un viaggio all’Inferno che, per un orfano, riesce a trovare sollievo solo in compagnia di un altro uomo, un altro socio in affari, un altro, forse l’unico, fratello.