La rete contro il Giulianova con la maglia del Chieti, la doppietta contro il Melfi, la tripletta nel pirotecnico 4-4 contro il Foggia sono solo alcune delle prodezze di Riccardo Berardino, talento andriese che, per la prima volta, in esclusiva per Odysseo, annuncia il suo addio al calcio giocato. Una storia, la sua, che, seppur costellata da sofferenze ed infortuni, ha fato sognare un’intera generazione ed una tifoseria, quella della Fidelis, che non lo ha mai dimenticato.

Ciao Riccardo, come stai? Ti va di far due chiacchiere?

Ciao Miky, premetto che è un onore e un grandissimo piacere essere intervistato da Odysseo e da te, una persona fantastica, e te lo dico con il cuore in mano.

Troppo buono. Sei stato prima una giovane promessa, e poi un calciatore affermato a buoni livelli. Dopo innumerevoli infortuni e interventi chirurgici, quanto ti è costato, sotto l’aspetto umano, appendere gli scarpini al chiodo e lasciare il calcio?

Nella mia piccola e breve carriera, nonostante sia stata vissuta con qualche intoppo, posso dirti che il calcio mi ha tolto tanto, e mi ha dato moltissimo. Non mi definirei una promessa, sicuramente potevo far qualcosa in più ma, come ti anticipavo, sei operazioni al ginocchio e il conseguente percorso riabilitativo hanno cambiato un po’ tutto, in primis il mio fisico.

Mi dispiace tanto lo ammetto, perché fare la cosa che più ti piace è qualcosa di incredibile.

Chi mi conosce sa quanto ho dedicato e cosa ho fatto per riprovare e ritornare sul rettangolo verde, quindi sarei un falso a dire il contrario, ma ci sono cose più importanti nella vita, quindi sono molto sereno perché il fatto di non mollare mai è stata la mia forza e vittoria.

Spesso il calciatore è vittima di luoghi comuni. Si è soliti pensare, infatti, che il mondo del calcio sia ovattato da fama e facili guadagni. Ora che hai appena cominciato a lavorare in un settore totalmente diverso, puoi confermare che, effettivamente, non è tutto oro quello che luccica?

Ti faccio un esempio. Ho fatto tantissimi esami strumentali in tempi rapidi, invece una persona comune alcune volte è costretta ad aspettare mesi o addirittura anni e per questo ci si sente come in una bolla d’aria. Non concepisco il fatto che ai calciatori venga fatto il tampone e spesso ad altra gente no. Ma, ritornando al discorso di prima, posso assicurare che dietro la vita di un atleta o calciatore ci sono tantissimi sacrifici. In questa situazione di emergenza ho lavorato in un settore nuovo per me e quando vivi alcune realtà capisci realmente il vero lavoro, quello duro.

L’aspetto economico è imparagonabile: adesso bisogna conteggiare le ore in più perché a fine mese 5, 10, 20 euro fanno comodo. Nelle mie piccole trattative non ti nascondo che in alcuni casi tra domanda e offerta erano in ballo migliaia di euro…

Nemo propheta in patria. Davanti ad una tazza di caffè ci hai confidato che l’esperienza con la maglia della Fidelis Andria sia stata fra le peggiori della tua carriera. Cosa ricordi di quel periodo?

L’Andria per me è sempre l’Andria. Chi mi conosce sa quanto abbia sofferto in quella stagione, tenendoci un sacco in quanto rappresentavo la mia città. Volevo lasciar un bel ricordo ma in alcuni momenti non mi hanno permesso di lottare per la maglia biancazzurra. Piccolina soddisfazione la rete sotto la Nord contro la Reggina.

Ti capita mai di avere rimpianti legati a qualche partita che avresti voluto rigiocare?

Pensandoci bene, forse rigiocherei due partite: finale play off Paganese-Chieti e proprio i minuti finali di quel Fidelis Andria-Reggina…

Seconda punta o trequartista. Giocate e skills facevano di te un giocatore di qualità in grado di segnare e far segnare. Per i nostri lettori che non ti avessero mai visto dal vivo sul rettangolo verde, a chi senti di paragonarti dei calciatori professionisti ancora in attività?

Ti ringrazio. Vero, sono stati i miei due ruoli in base ai moduli che la squadra adottava. Essendo juventino ti dico Del Piero anche se mi sono sentito vicino (con le dovute proporzioni) a Roberto Baggio per gli infortuni: anche lui sei operazioni. Ho ammirato anche Totti, insomma i numeri 10.

Ora in attività ti dico Paulo Dybala.

Cosa hai imparato e quali valori insegneresti ai bambini che si approcciano, per la prima volta, allo sport?

Pensavo che la mia storia magari potesse essere d’aiuto ad altri, ma poi mi rendevo conto di quanto fossi fortunato a vivere all’interno di uno spogliatoio, scoprire le diversità, le culture, convivere con tante persone condividendo gli stessi obiettivi e stimolandoci ad andare oltre con la sana competizione. Lo sport ti insegna a non mollare mai, e quando poi accadono eventi che ti segnano e cambiano la visione sulla vita, allora lì diventi ancora più forte!

Progetti futuri?

Attualmente aspetto che si sblocchi e, soprattutto, migliori la situazione in Italia, per poi iniziare un corso e nel frattempo mi arrangio con qualche lavoretto.

 

 


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.