(Il suicidio degli dei)

Rimangono accesi i tanti turiboli, per elevare letizie al Signore, con gli altari addobbati di fiori in una primavera incerta, di speranze e d’esultanza. E piange il cielo sulle lande dismesse, dove la mano del villano, mozzata dal burbero inquieto, non ha pugno per stringere il seme e dar novelle messi, alla fame. S’ostina, il ripetuto rintocco delle campane, nel richiamare invano, l’indifferente volgo disperso, alla preghiera.

Tra i timidi raggi di sole, incerto appare, un labaro bianco, per confermare la resa dell’odio, verso l’amore e la tolleranza. Mentre piove sulla gleba, dove manca il seme a rafforzarla, di tuberi per la vita.

Si attende che un filo d’adolescente, innocente “coscienza” s’insinui nei cuori degli adulti e che dia radicamento sensato a costruir la pace duratura. Con essa si risvegli la brama, scrollandosi di dosso: ostruzionismi e sabotaggi nell’osteggiar la fratellanza e il sodalizio mondiale.

Si sciolgano gli antichi menhir che han “seviziato”, in confini, la Terra di Dio, dove l’uomo ha reso l’abuso, sua priorità assoluta. Giammai confutar le leggi promulgate dall’uomo sull’uomo, nel rispetto di quelle di Dio e dell’uomo medesimo, Sua creatura.

Nulla ci resta, con le mani piene, da prendere; assai ci rimane, nel dare all’altro, i beni superflui: sono solo “zavorra”, per un incedere meno affannoso. Non siamo noi i padroni della Terra, né del tempo e né della vita, ma solo conduttori del nostro animo a ché resti benevole e non affannosamente caustico.

La Terra è sazia di urne e di sepolcri, con anime smarrite che non trovano ristoro. E ancor non si focheggia alcuna conclusione, per rimandare al buon senso rimasto, l’ultimo approdo di fermezza, alla ragione.

Andare per iterati diluvi”, dice il Segneri, “si sommergono le opere dell’uomo e le ricordanze più belle”. Il ché mettere a soqquadro la poesia del Creato non divenga una cinica bramosia di ribellione verso Dio e di noi stessi, solo per la snaturata smania di vederne il risultato finale, l’apocalisse.

Dopo la catastrofe il nulla? Nemmeno la Storia a rimembrar le pazze, dannose bizzarrie dell’uomo? Nessuna pietra miliare, geroglifico, logogramma per quel che è stato? Ma a cosa ne sarà… nessuno potrà porre domande lecite, dacché le risposte sono “scritte” nelle nostre stesse azioni e mai più nessuno rimarrà per leggerle.

Il Segneri ci colloca i suoi quesiti: – O noi poniamo che per tali diluvi, replicati ogni volta che le stelle concorsero in un tal posto determinato, venissero a perir sempre tutti i viventi, o che ne campasse qualcuno. Se qualcuno camponne, come dunque non lasciò egli a’ suoi posteri questo sì grande avviso del mondo naufrago; in quella guisa che chi campò per sorte fortunatissima, nella rotta di qualche famoso esercito fatto in pezzi, ne reca ad altri la funesta novella ed ama di comparir tanto più felice nella comune infelicità, quanto fu più solo? Se poi si ponga che tutti i viventi vi rimanessero morti, chi dunque tornò a generarli di nuovo? Chi gli allattò? Chi gli allevò? Chi provideli del necessario ristoro su quei primi anni? Chi insegnò loro il ben vivere, noto a niuno, se non lo apprende?”. Struggente e assai veridico questo passo, preso dallo scritto “L’incredulo senza scusa” di Paolo Segneri.

Poniamoci tutti qualche quesito: – Basteranno duecento o mille anni, alla Terra, per digerire le nostre malefatte? Riaccoglierà nel suo grembo, per rifarsi violentare, il genere umano? E chi aprirà il libro del nuovo inizio… di chi mancherà all’appello?

La letteratura va letta e riletta, come in particolare la poesia che, in termini metaforici, nulla tralascia delle tante verità, da cui essa trae succo e saggezza.


Fontehttps://pixabay.com/it/vectors/verità-scultura-faccia-1809975/
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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