Come provare pietà per i reietti? E per i malvagi?

A volte si ha la sensazione e quasi la necessità di dover puntare al centro della vita, il bisogno di poter almeno sfiorare il nucleo incandescente di tutta l’esistenza. È un assillo che bussa costantemente alla porta della coscienza e dice più o meno così: «Tu, che ti sforzi ogni giorno di diventare più umano, e che magari dici di credere in quel Dio che si è fatto uomo fino a mischiarsi nella gente di un piccolo villaggio sperduto della Galilea, come vivi quest’avventura che chiami vita?». È come se all’improvviso si sentisse il bisogno di buttare giù tutte le difese alzate, se pur inconsciamente, intorno alla propria vulnerabilità, per poter finalmente iniziare a vivere puntando su quello che realmente conta.

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti (…) Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione». Due sono le opzioni: far finta di non vedere per passare oltre senza fermarsi, o avvicinarsi per poter vedere meglio, fino a rallentare il passo per fermarsi e curare.

Che sia questa seconda opzione il segreto della vita, a volte fatta di incontri casuali che però mettono in gioco l’umanità? Scrive David M. Turoldo: «Per dire i rapporti fra uomo e Dio, non abbiamo di meglio che il termine “pietà”. “Uomo pio” è colui che porta tutta la creazione a Dio, mentre l’“empio” è colui che la distacca e profana. Però tu hai un modo per verificare questi rapporti con Dio: se senti pietà verso l’uomo. Non c’è altro criterio di certezza. Tu non puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami il prossimo che vedi… Il termine è unico, come unico è il culto: un Dio adorato nell’uomo. Non c’è altra religione che ti salvi diversamente. Perciò, questo samaritano sarà sempre uno scandalo, un tormento, un rimprovero per tutte le religioni inutili sulla terra. E Gesù che va a dire queste cose mentre è in viaggio verso Gerusalemme…». Pietà è la parola chiave. Scegliere di “passare accanto” perché presi da pietà. Scegliere di “vedere” perché travolti dalla pietà. “Avere compassione” perché trasportati dalla pietà.

A pensarci bene, pietà è anche la parola chiave che permette a Dante di non “passare oltre” l’esistenza dei dannati. Davanti a Francesca leggiamo: «pietà mi giunse e fui quasi smarrito». A Ciacco: «…Ciacco, il tuo affanno / mi pesa sì, che a lagrimar m’invita». A Pier delle Vigne: «…tanta pietà m’accora». Ai tre fiorentini: «Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri / recenti e vecchie, dalle fiamma incese! / ancor men duol pur ch’i me ne rimembri». Cosa esprimono questi versi se non la piena partecipazione del pellegrino davanti alla sofferenza del dramma dell’inferno? Certo, è lecito chiedersi come sia possibile che Dante provi pietà per i dannati, per coloro che in fondo hanno meritato i castighi dell’inferno; qui non risplende forse la giustizia di Dio? Nondimeno, la pietà è lo spazio che permette a Dante di rimanere uomo, pur ammirando la giustizia di Do.

Si comprende meglio la pietà di Dante leggendo un passo della lettera di Agostino a Macedonio, nella quale il Vescovo si sofferma a spiegare la necessità di odiare la colpa e non il colpevole: «Noi non approviamo affatto le colpe che vogliamo siano emandate ma, pur avendo compassione del peccatore, ne detestiamo le colpe o le turpitudini; inoltre quanto più ci dispiace il peccato, tanto più desideriamo che il peccatore non muoia senza essersi emandato. È facile e anche naturale odiare i malvagi perché sono tali, ma è raro e consono al sentimento religioso amarli perché sono persone umane, in modo da biasimare la colpa e nello stesso tempo riconoscere la bontà della natura; allora l’odio per la colpa sarà più ragionevole perché è proprio essa a macchiare la natura che si ama. Non ha quindi alcun legame con l’iniquità chi è persecutore del peccato, per essere salvatore dell’uomo». Ecco la risposta alla domanda sulla pietà di Dante. Egli sa bene che i dannati sono state persone umane. Biasimando le loro colpe, il Dante giudice grida la corruzione della loro natura e non la condizione miserevole del loro stato attuale. E se pensiamo che l’inferno è la rappresentazione dello stato ormai compiuto di quanto avviene sulla terra, l’odio di Dante per le colpe dei dannati è l’odio per chi ha trasformato la terra in un inferno.

A differenza dei dannati, però, l’uomo che è in vita, e per il quale il poeta ha concepito la sua Commedia, ha ancora la possibilità di redimersi. Come Agostino, Dante desidera e spera che il peccatore non muoia senza essersi emandato. Provando pietà per i dannati, egli non ne approva affatto le colpe; al contrario, le biasima. E quanto più le biasima, tanto più riconosce quanto quelle medesime colpe abbiano macchiato la natura umana. Vedere la sofferenza e sentirne compassione per salvare l’uomo. È questa il senso della pietà. È questa «la guerra de la pietate» di cui oggi abbiamo estremo bisogno. Come già Dante. Come già il Samaritano.


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