«Sempre la confusion de le persone

principio fu del mal de la cittade, 

come del vostro il cibo che s’appone»

(Paradiso XVI, vv.67-69)

Giuro, io non ce l’ho con Cacciaguida. È che il compito che Dante gli assegna proprio non m’aggrada.

Provo a procedere con ordine.

Sedicesimo canto, il secondo dei tre che vedono centrale la figura dell’avo di Dante. Quando il poeta intende chi sia colui che si trova di fronte, si bea della nobile casata da cui discende, passa a dargli del “voi” e lo tartassa di domande circa il suo anno di nascita, i propri antenati e la popolazione della Firenze antica.

Cacciaguida non si fa pregare e, dopo aver confermato al pronipote che i suoi avi abitavano nel vetusto sestiere di San Pietro, si produce in un classico esempio di come pensi e parli un laudator temporis acti, ovvero un nostalgico del passato. Un reazionario fino ai limiti del razzismo.

Scopriamo così che i guai della città gigliata deriverebbero tutti dalla contaminazione della gente pura (v.51) di Firenze con gli inurbati del contado, tanto che la raffinata popolazione che si vantava di discendere direttamente dai nobili Romani è stata poi costretta a sostener lo puzzo del villan d’Aguglion,  …che già per barattare ha l’occhio aguzzo! (vv.55-57).

Reggere la puzza del contadino: mi spiego?

Peraltro, la dosa è subito rincarata: dacché ogni fiorentino e cambia e merca (v.61), cioè si dedica al cambio delle valute e al commercio, la degenerazione della Città è segnata in maniera irreversibile.

E Cacciaguida conclude:

«Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone»

(Paradiso XVI, vv.67-69).

Tradotto: Mescolare le genti è sempre stato causa del male delle città, così come aggiungere cibo a quanto non digerito è l’origine dei vostri malanni.

Se pensiamo che, di lì a poco, Boccaccio nel suo Decameron tesserà gli elogi della nuova civiltà comunale e della classe mercantile, se consideriamo che, meno di due secoli dopo, chi renderà davvero grande Firenze sarà la famiglia dei Medici, che di professione facevano i banchieri, ce n’è abbastanza per cogliere tutto l’anacronismo di Dante che, per bocca del suo trisavolo, inneggia ad un passato che non c’è più e che, per quanto riguarda le sue vene razziste, è giusto che sia stato spazzato via.

Eppure il canto si era aperto con i giusti auspici. Provo a riassumere il contenuto delle prime terzine: O nobiltà di sangue, tu che sei ben poca cosa…. tu sei un mantello che in fretta si restringe: tanto che, se non si aggiunge panno a panno, il tempo continua a sforbiciarlo…

Insomma: sic transit gloria mundi! Così passa la gloria del mondo: sono le parole che il cerimoniere pontificio ripete per tre volte al papa neoeletto, mentre gli brucia sotto gli occhi un batuffolo di stoppa.

Detto con Qoelet: «Vanità di vanità e tutto è vanità»(Qo 1,2).

Solo che Dante/Cacciaguida non se ricordano quando si tratta di Firenze e della propria casata. Toscanacci entrambi, niente da aggiungere.

Pablo Picasso: «Non giudicare sbagliato ciò che non conosci, prendi l’occasione per comprendere».

Indro Montanelli: «Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi».

Tahar Ben Jelloun: «Il razzismo è ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze».


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