Si intitola “Il prezzo della notte (Merito di più)” l’ultimo successo di Riccardo Lorusso e Diego Civita. Musica e parole si intersecano lungo il pentagramma di un destino da capovolgere, gli ultimi che saranno i primi, binari sterrati di chi lotta contro l’indifferenza, tragici ricordi – la strage dei treni ad Andria – che mai moriranno se continueranno a vivere nei cuori di chi resta.

Ciao Riccardo. Qual è il prezzo della notte a cui si riferisce la canzone?

Il prezzo della notte per me è quella strada lunga tortuosa, ma tanto ricca che ti riporta al risveglio. Come risveglio intendo quello dell’anima, il riscatto morale; spesso la vita mette tanti ostacoli ai nostri sogni, tante prove, tante spine che fanno anche male, è vero, ma che col tempo impariamo a sopportare, ad evitare, e che ci arricchisce e fortifica, laureandoci nella “facoltà della vita” (cit. inizio testo canzone), imparando a cogliere nella fragilità la nostra fortezza, e la nostra bellezza.

Persino un ignorante musicale come me non può non notare una melodia crescente dalla strofa al refrain. Come hai composto il brano e quanti strumenti ci son voluti?

Lasciami dire che nessuno di tutti noi è un ignorante musicale, semplicemente abbiamo una diversa capacità di percepire la musica, e di interpretarla. In effetti hai notato benissimo, il titolo alternativo della canzone è merito di più, e la melodia cresce, e scoppia come un urlo liberatorio, come dire: eccomi, sono qui, e sono questo, merito di più. Il movimento armonico e melodico segue l’andamento del testo, e lo sottolinea man mano. E’ stato naturale creare un giro di accordi “minori” che lasciasse intravedere sonorità “maggiori”, appunto le tecniche musicali che aiutano a rendere il concetto stesso del brano. La tonalità del brano è Si minore, una tonalità che permetti di sfruttare appieno le corde a vuoto della chitarra, il mio strumento principale, e che la rende adatta a dei voicing avanzati e di “nona” che, come amo dire ai miei allievi, sottolineano e danno quel colore in più per poter aiutare ed educare l’ascoltatore del brano a un ’estetica pop funzionale e raffinata, un arrangiamento che non è scontato, e per niente banale. Ci sono voluti i classici strumenti pop, ovvero chitarra acustica ed elettrica, basso synth, tastiera, batteria, e ovviamente voce. Ricordo che nella stesura musicale del brano mi sono avvalso di amici/colleghi con la quale già collaboro a livello professionale da tempo e chiaramente musicisti sopraffini: Enrico Elia alle tastiere/synth e Francesco “Ciccio” D’Ettole alla batteria, e chiaramente io alle chitarre acustiche ed elettriche; tutto registrato/missato al FRUMS studio dello stesso Francesco, qui ad Andria.

Poeta e autore di testi, la tua penna, Diego, ha spesso accompagnato Odysseo. Parafrasando il pezzo, in cosa credi di meritare di più?

Quelli che meritano di più sono i bimbi tutti e, in questo caso, è dedicato a una bimba stupenda ormai come una figlia per me. Tanti giovani, ragazzi artisti, sensibili, creativi, profondi sopra la media, anche in un contesto ignorante e spesso degradato, non emergono o vengono isolati o addirittura derisi, altrove si esprimerebbero molto meglio raccogliendo i giusti frutti.

Dalla copertina del singolo si deduce che le parole siano dedicate agli ultimi, ai reietti. A tuo parere, è possibile a qualsiasi età salire sull’ultimo treno della vita?

La copertina l’ho creata sperando arrivasse proprio questo messaggio che mi chiedi nella domanda: seppur crescendo crediamo di sapere tutto e di aver visto tutto, la vita ci propone altri percorsi nuovi da esplorare, da lì quei binari che vanno ancora in un cielo non terso, in una strada non sgombra, e che ci riportano allo stato iniziale, quello della scoperta, della crescita infinita, del contare su noi stessi sempre nel farcela. Quindi rispondo subito alla tua domanda con un secco SI, ci si può salire sempre sul treno della vita. Anche l’ultimo treno, o vagone, porta sempre alla destinazione finale, al raggiungimento del proprio io, dei propri obiettivi. Basta salirci.

Utopistico pensare che indifferenza e cieca ubbidienza lascino il passo ad amore ed integrazione?

Qui ti rispondo a metà. Non è utopistico, no, anzi…. se si vuole ascoltare il proprio cuore, e riscattare il proprio prezzo della notte, si superano tutte le sudditanze e tutti i limiti. Basta volerlo. Ma questo è il problema: una volta ti avrei risposto di si, che non sarebbe un’utopia, ma con tanti anni di osservazione morale, ti dico che non tutti riescono a lasciare questo stato di indifferenza, anzi, contestualizzandoli, sono figli di un humus culturale ben radicato, che difficilmente si vuole abbandonare, come una sorta di confort zone, diverso=destabilizzante, non vedendo la possibilità di arricchirsi, appunto nella “facoltà della vita” (cit. testo canzone). Un pò come dire, vorrei girare il mondo, ma anziché muovermi io, aspetto che il mondo mi raggiunga. Utopia sì, ma a metà. Credo sempre nell’ultimo treno della vita, come lo hai chiamato tu prima.

Quelli dell’ultimo treno che avrebbero meritato di più…un tragico delle vittime del 12 luglio 2016?

Esatto. Il testo originale di Diego Civita, recitava per l’appunto “meritate di più, voi dell’ultimo treno (di Puglia)”, che non ho potuto inserire nella composizione della metrica musicale/melodica del verso. Un infausto ricordo di quel triste evento, che ha evidenziato per l’appunto, come ti dicevo nella precedente risposta, quella voglia di non spostarsi dalla confort zone, quella voglia di restare fermi ad aspettare che sia il mondo a cambiare per noi, e noi per il mondo. Meccanismi ed errori umani sfortunatamente intrinsechi in una cultura che dovrebbe sempre mettere al primo posto il benessere proprio, per poter offrire il meglio di noi stessi agli altri, ed arricchire chiunque voglia condividere questo percorso con noi, come mi piace pensare stessero facendo in quell’ultima corsa, quelle 23 persone.


Articolo precedenteSalve a tutti gli Italiani
Articolo successivoPotere della DAD
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.