«Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e chiedervi perché luniverso esiste. Siate curiosi»
(Stephen Hawking)

Un giorno, al mare, una bambina di 6 anni si è seduta per diritto e per dovere sul mio lettino. Non voglio descrivere nulla con una narrazione che rischierebbe di modificare significati, desidero, piuttosto, farvi leggere la conversazione letterale, esattamente così com’è andata:

“Ciao, posso parlarti di scuola?”

“Ciao, chi sei tu?”

“Sono Sofia”

“E quanti anni hai, Sofia?”

“6”

“Piacere Sofia, io sono Myriam”

“Allora, posso parlarti di scuola?”, imperterrita…

“Certo che puoi, ma perché vuoi parlarmi di scuola?”

“Perché, secondo me, tu ne capisci”

“Ah! E sentiamo, perché ne capirei?”

“Uffa! Sei grande! Bisogna spiegare sempre tutto a voi grandi!”

“Sofia, ti hanno fatto leggere il Piccolo Principe?”

Sofia ha alzato le sopracciglia, aperto braccia e manine con i palmi verso l’alto, fatto spallucce, piegato la testa di lato e sorriso come colei che ha già trovato in autonomia la particella di Dio, mentre parla con chi non capisce un tubo:

“Lo vedi? Lo vedi? Lo vedi che ne capisci?”

E mi sono messa a ridere…

“Va bene, va bene Sofia. Hai vinto! Cosa vuoi raccontarmi?”

“Sono brava in tante cose, ma vedessi come faccio bene la Acca maiuscola in corsivo!”

Ottimo! E perché mi dici dellAcca? La ritieni complicata?”

Lo è, ma non te lo dico per quello. Te lo dico perché la porti al collo”

Colpita e affondata!

“Sofia, ma tu sei sempre così attenta?”

“Naaa, io non sono affatto attenta!”

“Come no?”

“Le maestre dicono sempre a mamma che mi distraggo continuamente!”

“E tu, tu cosa ne pensi?”

“Uhm, che loro sì che non capiscono niente, anche se sono simpatiche. Tu invece sei strana”

“Buon Dio, Sofia, perché?”

“Eh perché? Perché? Perché? Perché sei curiosa, ne capisci di scuola e mi hai chiesto cosa penso”

“Trovo sia la cosa più normale del mondo avertelo chiesto, sai?”

“E invece ti sbagli, non è per niente normale. Non lo chiedono a noi bambini cosa ne pensiamo delle cose”

“Mai?”

“Poche volte”

“E quelle poche volte sono un buon inizio, se ti hanno tirata fuori così”

“Così come?”

“Ahhh Sofia! Anche tu sei curiosa! Ti hanno tirata fuori come un grillo che salta da una parte all’altra senza mai sbagliare un colpo!”

“Io un grillo… questa è bella. Ci penserò. Se torni qualche altra volta te lo disegno un grillo”

“Come la pecora del Piccolo Principe?”

“Più bello della pecora e anche dell’elefante nel cappello. Lo vuoi bello come la rosa?”

“Che dici, Sofia, puoi farlo più bello anche di quella?”

“Posso provarci perché te lo meriti: mi chiami sempre per nome, è bello”

Io ho sorriso, lei anche… si è alzata, mi ha salutata ed è andata a giocare.

Da lontano:

“Myyyyriam”

“Dimmi Sofia”

“Ho detto alla mamma che ne capisci, mi ha chiesto che lavoro fai”

“E diglielo tu: secondo te che lavoro faccio?”

“La maestra di tutti i bambini del mondo”

“E non saranno troppi?”

“No, perché tu sai contare le stelle e i bambini del mondo così sono: come le stelle”

“Brava Sofia! Riferisci alla mamma: è quello il mio lavoro!”

“Evviva!!!! Indovino tutto! E ti ho smascherata”

Se vi chiedete ancora cosa significhi ridere da soli e rimanere di stucco, provate a mettervi al mio posto. Sto ridendo anche adesso e penso…

Ah Sofia, Sofia, perché sei Tu, Sofia?

Sofia è il nome della Sapienza, Sapienza giocava al cospetto di Dio come un bambino… guarda un po’ le Casualità del Caso.

Inoltre no, le simpatiche maestre di Sofia magari avranno commesso l’errore di pensarla sempre distratta, ma quella fra loro che a 6 anni l’ha guidata così, deve essere una di quelle maestre da stare a sentire.

In una giornata come questa, in cui la scuola è teoricamente finita ma in cui io ho regolarmente lavorato, scontrandomi con un’infinità di storture, avevo evidentemente bisogno di ricordarmi per quale benedetto motivo ho scelto questa missione: niente, devo contare le stelle io, e solo a scuola e da scuola posso farlo.

Tutto il resto è solo ed esclusivamente inutile noia.


FontePhotocredits: Pixabay.com
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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