“Lloyd, quante fermate mancano?”
“Poche, sir. Ha preso una decisione molto diretta che porterà a breve a delle conseguenze”
“E una volta lì, Lloyd?”
“Secondo il programma dovrebbe trovarsi di fronte alle sue responsabilità, sir”
“Tutto chiaro Lloyd. Strano però che siamo i soli in tutto il vagone…”
“Non particolarmente, sir. Certi viaggi hanno un prezzo molto alto”
“Dipende dalle distanze Lloyd?”
“Dipende dalla classe, sir”
(Simone Tempia)

 

Il viaggio della vita degli uomini resta la cosa più ricca di sorprese ed imprevisti mai creata: vuoi che sia stato Dio per misericordia o Madre Natura per la conservazione della specie, qualcuno o qualcosa aveva decisamente partorito un che di pazzesco, che si riduceva a nulla se non al funzionamento del cervello.

Era questo il pensiero improvviso che gli si disegnò in testa mentre percorreva in moto la strada che lo divideva dalla sua meta.

In quell’esatto punto, fermo ad un semaforo, dietro agli occhiali da sole che lo proteggevano dal sole a mano a mano più cocente, iniziò la spirale: mi rendo conto della mia grandezza quando guardo le stelle. Loro sono infinite ma io posso pensare loro e loro non possono pensare me. Rivide in quei riverberi la sua antica docente di filosofia; lo disse lei, ma citava evidentemente qualcun altro, si sforzò di ricordare.

Ed il cervello, il luogo del pensare? È la sede dell’intelligenza, si rispose nell’esatto istante il cui il clacson dell’auto alle sue spalle lo costrinse ad accorgersi che il semaforo era diventato verde.

Riprese la marcia e con lei il suo pensiero.

Piccole grandi baggianate, fu il successivo incipit. Il cervello vive nella scatola cranica, ma la sede dell’intelligenza largamente intesa è altra. Gli ulivi gli sfrecciavano di fianco, o almeno così gli pareva, non sembrava essere lui quello in corsa e, nel mentre, fece lo sforzo di cercare qualche corrispondenza nel greco antico. Associato al termine ψυχή (psyché, pensiero) guarda caso, trovò il sostantivo στῆθος (stétos, petto): il tronco quindi, quella parte di corpo che va dalla trachea allo stomaco. Era quella la sede dell’intelligenza.

D’accordo, sarà anche stato malato di etimologia, per carità, ma vi garantisco che la sua non era una follia gratuita e nemmeno un derivato degli studi biblici e dell’inveterata, sebbene non proprio sempre comprensibile (od ortodossa), modalità di crederci.

Il punto era molto più banale: con il greco antico, la gente esprimeva i concetti per come erano intesi nel tempo in corso. Era storia, non bruschette. Corsi e ricorsi non erano nei grandi manuali passati per l’interpretazione dei loro autori, ma nel materiale di prima mano. Certo, più faticoso da reperire ed analizzare, difficile, ma lui non conosceva verità che avesse accesso semplice.

Cercò così conferme da sé stesso. Per esempio, nei più famosi documenti iconografici, le più emblematiche figure vicine a Cristo dove avevano il capo? Poggiato sul Suo petto, in cerca di Verità. E la Verità di cosa non può fare a meno, se non dell’intelligenza?

Ancora, lo stesso Cristo, come salutò i discepoli che non credevano si trattasse di Lui dopo la sua morte? Disse forse buongiorno? Ciao? Pace a voi? In verità, in verità si disse, Cristo esclamò: “Bradeis o kardia”, ovvero, “Duri di cuore, di comprendonio”, esatto equivalente di “Stolti!”.

Intanto aveva notato di aver bisogno di fare rifornimento e si fermò al primo benzinaio sulla strada, infischiandosene dei prezzi. Era talmente preso da quei pensieri da dimenticare la sua fisima per il centesimo in più o in meno al litro: una mania come un’altra, la sua. In questo modo, non arrestò la corsa del suo ragionamento solitario.

A quel punto, pensò, avrebbero potuto esserci i non credenti a vedere l’episodio degli stolti come fosse stato solo presunto, specie poiché avvenuto dopo la resurrezione; lui, con piacere, si sarebbe accollato l’inutile rimostranza poiché anche chi lo avesse solo immaginato, se lo aveva scritto in un certo modo, doveva averlo fatto perché era quello il modo di esprimersi usualmente, per palesare il concetto di stoltezza. Poco cambiava che fosse stato Cristo a parlare; ancora meno differenza avrebbe fatto che il Cristo fosse stato storico o quello della fede o se ancora si fosse chiamato Sempronio.

Accertatosi di aver ripreso la carta di credito che rischiava di lasciare inserita all’interno del distributore, rimesso il casco e risalito in moto, con il rombo dell’avvio del motore e accennando un no di dissenso con il capo, si disse che il punto  era bel altro: sin da tempo immemore, il cervello stava nella scatola cranica, mentre il viaggio del suo più profondo funzionamento risiedeva in quella toracica. Dunque, lui credeva che, essendo figli di quei tempi immemori, avrebbero tutti fatto bene a rispettarne i linguaggi originari, almeno quando c’era la possibilità di venirne a conoscenza.

Del resto, già quando si era imposto quest’opera di personale setaccio alla ricerca di un modo onesto per parlare ed ascoltare, avrebbe tanto voluto chiedere ai più che cosa ci sarebbe stato del contemporaneo, se quello stesso non si fosse poggiato sulle fondamenta che furono?

Nel frattempo era arrivato a destinazione, aveva parcheggiato la sua moto, lasciato il casco, presa la borsa e stava per salire la grande scalinata che aveva davanti. Incrociò qualcuno e si sentì salutare:

  • Bella doc!

Era uno dei suoi specializzandi, uno di quelli più irriverenti. Bella doc… ed il doc, dopo aver risposto, (Ciao Lucio) alzò le sopracciglia e sospirò… Bella Doc… tradotto stava per: buona giornata, dottore.

Già, continuò con la sua elaborazione: nell’arrivare ad esserlo, dottore, insieme a diverse altre cose, qualcuno lo aveva definito quale essere intelligente.

Non sapeva bene cosa avessero inteso ogni volta, ma sapeva come lui aveva letto l’antifona, tutte le volte: quello lì ha il cuore che ancora gli funziona e non solo per tenerlo fisicamente in piedi.

C’era di ancora vero che non aveva mai saputo decidere se sarebbe stato o meno il caso di imparare a farsene vanto, tant’è che non l’aveva imparato: ma anche il solo il fatto di riuscire a pensarlo, si disse, con il cervello e sentirla come verità, ecco, quella era già una grande vittoria, in un mondo fatto così, agonizzante di bugie.

Ecco, quindi, che si domandò: sarà la distanza fra scatola cranica e scatola toracica a segnare le gimcane fra bugie e verità? E gli tornò in mente la storia di una vita resa migliore grazie alla saggezza di un maggiordomo. Grande Lloyd! Aveva ragione lui: non doveva affatto essere questione di distanze. L’intelligenza, l’unica, quella del cuore, era un fatto di classe, la qual cosa concedeva anche un dettaglio che non godeva delle simpatie di chiunque.

Pirandello, nonostante la presunzione ben nota che spesso lo faceva distanziare dal mondo e parlare alla seconda persona plurale, era stato chiaro in tal senso ed il nostro doc conosceva benissimo anche le parole di chi non gli stava troppo simpatico: c’è un oltre in tutto, voi non volete o non sapete vederlo, aveva asserito il buon Luigi.

Beh, ci voleva classe anche in quello, perché un Oltre segnava sempre ed in qualche modo una  distanza: quella del Verso.

E lui, che non era Uno, di certo era Nessuno, ma alle volte era anche Centomila, cosa mai avrebbe potuto scegliere di fare o suggerire di fare? Camminare, macinare passi, andare lì, esattamente in quella direzione: Oltre, Verso e possibilmente, dal cuore in poi.

Niente, era un uomo intelligente il nostro doc. Intelligente a modo suo. Intelligente vero, dal più profondo del suo stesso ventricolo sinistro.

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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.