«Non so cosa significhi amare la gente a metà, non è nella mia natura. I miei affetti sono sempre eccessivi»
(Jane Austen)

QuarantOssola, 3 aprile 2020

Qui dove vivo i metriquadrati sono circa centoventi e lo spazio per un corpo minuto c’è, è tanto, tantissimo, grandemente insufficiente per contenere un’estensione mentale ingombrante.

Ho detto ingombrante, non di grande valore.

Le parole: sulle parole bisogna soffermarsi, anche perché al momento solo quelle ci restano ed io ho la fortuna di averle difese strenuamente in tempi non sospetti, la qual cosa oggi mi regala la consolazione di averle dalla mia parte, semplicemente perché le ho riconosciute sempre, anche quando la fretta dell’emisfero le ignorava come fossero eterne assenti. O peggio, superflue.

Il riscatto. Quello loro e con loro il mio, nelle mura che mi guardano e non mi sopportano perché non ce la fanno a farmi sentire in carcere. Io in certo senso sto bene, non sono vittima del limite segnato sulla pianta tecnica di un appartamento, un quadrato.

Più è grande il perimetro del limite di una figura geometrica, più cresce la responsabilità rappresentata  dalla sua area interna.

Ho già citato altrove queste parole. Chi le ha pronunciate? Non l’ho detto allora, non lo farò adesso, perché chi le partorì non necessita di salamelecchi, chi ne fu gravido sa.

Esattamente come i leoni consci della responsabilità verso sé stessi e verso la savana intera. I leoni che conoscono un solo luogo per abbandonare la loro criniera e non hanno nessun bisogno di rivelarlo. Le leonesse rifiutano i palcoscenici e i leoni lo sanno: non possono metterle dove non vogliono,  non sarebbe atto saggio. Ed i felini regnanti conoscono bene la libertà della saggezza, insieme alla saggezza della libertà.

Come quella di Qui.

Qui dove vivo i metriquadrati sono circa centoventinfiniti e non esiste condizione capace di farmi sentire in gattabuia; ciò che c’è di impensabile (che non è sinonimo di impossibile) è il merito che non ho.

Io le guardo queste mura che ci provano incessantemente a farmi sentire al buio, con le mani ed i piedi legati da catenacci di ferro arrugginito e mentre le osservo non faccio assolutamente niente: le chiavi di apertura arrivano dappertutto, sono libere dalle categorie di tempo e di spazio, dal momento che le avevamo liberate quando non potevamo nemmeno immaginare a cosa sarebbe realmente servito farlo.

E di nuovo il lettore attento deve chiedermi a chi di preciso mi riferisco se parlo al plurale:  le avete liberate… chi? Io, me stessa e me. Acca e tutto quanto la compone, meglio detto Acca e l’esercito di anime da sempre pronte a tutto, che le hanno dato la forma che ha.

Qui, da QuarantOssola, non fa che prendere corpo un pensiero che rivendica il suo diritto di non essere incarcerato, perché delitti non ne ha commessi: fermatevi senza fermarvi, focalizzate qual è la ragione per la quale state riuscendo a camminare nel momento in cui davvero del doman non v’è certezza, non sottovalutate nessun segno, nessun battito, non tralasciate niente. Non commettete il superficiale errore di dare al “vostro motivo” il primo volto che vi capita, il più ovvio, quello che si vede subito, non rassegnatevi a vincere facile.

Ed allora no, proprio non è un consiglio. Il mio è un augurio.

Ecco, io auguro a ciascuno di sentirsi completamente fagocitato come mi sento io. Divorato dal disordine della scrivania, con una mano alla tastiera, l’altra su un libro, ottordicimila finestre aperte sul desktop rigorosamente attive e nessuna che si accorga di essere solo una delle tante, illudendosi della sua unicità dal momento che non viene trascurata; che ciascuno possa sentirsi a tratti spento come mi sento io, a momenti fragile come mi sento io, improvvisamente carico come mi sento io, nonostante sia profondamente rotto.

Che ognuno possa profondamente avere l’istinto di dire: ho troppa energia dentro per rassegnarmi, deve uscire, se non voglio ingorgarmi.

Al tempo che sarà: che nessuno, a quel punto, nel momento stesso della vittoria, anziché avere in mano la pienezza del tutto guadagnato, si ritrovi con il pungo di mosche del tutto sprecato.

Al nostro futuro. Un futuro che ce lo ha dimostrato di non avere doveri nei confronti di nessuno: non deve dimostrarci di poter certamente esistere, per farci sentire la stringente necessità di costruirlo.

Ed io come posso sapere se domani sarò positiva ad un virus? Questo dovrebbe bastare per farmi gettare la spugna?

No, troppa, troppa energia.

Morale della quarantena di QuarantOssola: il troppo no, non stroppia.

Così sia.

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.