
….nessun racconto sarà più potente di quello del maestro che l’ha vissuto
Se è vero che, come ci ricorda Paolo Farina nel suo ultimo libro “L’arte di in-Segnare ovvero d’essere felici”, insegnare significa alla lettera “imprimere un segno”, allora non c’è segno più grande e più profondo di quello che un docente può lasciare nella vita degli altri con la propria testimonianza. Nulla, infatti, rende più efficace e duratura l’azione educativa della coerenza del maestro.
È quello che certamente resta a quanti hanno avuto la preziosa opportunità di seguire la vicenda e di ascoltare infine il racconto della nostra concittadina Sara Suriano, partita con il convoglio di terra della Global Sumud Flotilla per tentare di portare aiuti umanitari a Gaza attraverso il valico di Rafah e tornata indietro, dopo un’avventura di 20 giorni, senza mai averlo potuto raggiungere. Con il cuore doppiamente spezzato per aver lasciato indietro alcuni compagni di viaggio, catturati dai militari del generale libico Haftar durante le fallite trattative per assicurare al convoglio un passaggio sicuro.
Una missione che comuni cittadini, anche appartenenti a diverse realtà associative di Andria, hanno seguito con ansia e sostenuto attivamente attraverso un presidio permanente, costituitosi prima presso il Chiostro di San Francesco e poi presso l’Officina San Domenico. Diverse le iniziative predisposte: dalla realizzazione di manufatti, ad una staffetta di letture sulla questione israelo-palestinese; da una lezione aperta di teatro al supporto morale della nostra concittadina, con la quale mai è stata interrotta la comunicazione attraverso i social; fino al “mail bombing” destinato alle istituzioni preposte, per sollecitare la liberazione dei due membri italiani del convoglio e la sicurezza di tutti gli altri.
Una fucina di idee e di iniziative solidali ancora in cantiere, che hanno dimostrato quanto l’opinione pubblica sia diventata più sensibile, più informata, più consapevole dell’importanza della mobilitazione civile e più desiderosa di essere protagonista della storia. Storia del mondo e non solo propria. Sì, perché questo è il vero cambiamento in corso: mentre i sovranismi propongono anacronistiche chiusure culturali e politiche, esprimendo più gli interessi di pochi padroni del mondo, governanti e tecnocrati, i cittadini, autentici sovrani, preferiscono parlare la lingua comune e più semplice dell’umanità, rispondendo al grido più forte della sofferenza di tanti e opponendo all’uso della violenza solo le proprie voci e le proprie piccole azioni o, come nel caso di Sara e di centinaia di suoi compagni di viaggio, solo i propri irremovibili e fragili corpi.
Il racconto che Sara ha voluto condividere con i suoi concittadini ci ha tenuti incollati alle sedie in religioso silenzio per circa un’ora e mezza. Non perché insistesse sui particolari macabri e raccapriccianti delle violenze commesse dai militari libici, che anzi non ha volutamente riferito, ha solo lasciato intendere. La lunga attenzione che l’uditorio ha saputo mantenere per così tanto tempo è stata piuttosto catturata dalla capacità della giovane insegnante di restituire a piene mani quella grande lezione di umanità, di solidarietà, di fermezza, di fortezza d’animo e di prudente coraggio, che ha ricevuto dall’intero gruppo. Un gruppo di cittadini del mondo che, come lei stessa ha tenuto a sottolineare, hanno infranto il mito dell’eroe virile e impavido, isolata eccezione e modello per pochi. Quegli eroi hanno mostrato, invece, il proprio fragile volto di uomini e donne, giovani e anziani, dal carattere riservato o gioviale, tutti attraversati da umanissime paure, angosce e ansie, nella perenne incertezza di ogni istante, dove la morte violenta e le aggressioni si profilavano come ipotesi sempre probabili. Eppure sempre decisi a restare uniti, anche se si conoscevano da poco, sempre pronti a sostenersi a vicenda, anche solo stringendosi la mano e respirando profondamente mentre erano in attesa di prendere una decisione nell’imminenza del pericolo, sempre convinti di dover opporre alla forza brutale l’unica vera arma disarmante: la resistenza non violenta.
Come nel caso delle donne arabe, che prolungando la preghiera o chiacchierando con i militari libici delle condizioni atmosferiche e di altre frivolezze, cercavano solo di regalare un po’ di tempo in più al gruppo riunito in assemblea per decidere il da farsi di fronte all’ordine di sgombero. Donne che hanno trasformato i propri corpi in “sfingi” saldamente rimaste ancorate al pavimento della moschea-rifugio, mentre con veemenza i soldati cercavano di sfollarla. Una resistenza tutta al femminile, che ha usato la sacralità islamica della preghiera e del corpo della donna come scudo indefettibile. Una potente testimonianza di quanto le differenze culturali e religiose possano diventare una risorsa e così, da un’altra prospettiva, essere guardate sotto una nuova luce.
O come nel caso di quel coraggioso compagno di viaggio che ha rischiato di mandare fuori strada il pullman del convoglio in ritirata, piantandosi di fronte all’autista e togliendogli lo sterzo dalle mani, per costringerlo a tornare indietro a riprendere chi era rimasto bloccato.
Ed è così che, insieme all’immenso valore degli aiuti umanitari che la missione a malincuore si è vista respingere, quei piccoli cittadini del mondo si sono portati a casa un tesoro ancora più ricco, perché capace di essere moltiplicato in ogni dove, rompendo almeno il muro dell’indifferenza di chi proprio non vuole vedere.
Grazie Sara, grazie a tutti, grazie anche a chi è rimasto prigioniero nelle carceri dell’ennesimo governo complice! Grazie per aver gettato una nuova luce su questa mobilitazione senza precedenti! Non solo, come si è continuato a ripetere in queste settimane, essa ha rivelato il vero volto di questo governo israeliano e ha smascherato l’intreccio dei biechi interessi economici e politici internazionali. Questa umile e straordinaria impresa ha avuto anche il merito di accendere i cuori, di risvegliarci dal sonno dell’empatia, più profondo di quello della ragione, ma soprattutto di riaccendere la speranza che un mondo più umano e più ospitale sia possibile.
Mi è tornato in mente un mito platonico che tanto è piaciuto ai miei studenti quest’anno: quello della biga alata. È una metafora dell’arduo compito che spetta alla ragione di disciplinare gli istinti del corpo, che distraggono l’anima dalla ricerca della verità, e contemporaneamente le passioni nobili, come l’indignazione per l’ingiustizia, che la conducono verso ciò che vero, buono e bello. La prossima volta che lo spiegherò mi ricorderò di voi e di quello che ci avete insegnato. Ma nessun racconto sarà più potente di quello del maestro che l’ha vissuto.




Articolo di significativo rilievo per la sensibilizzazione e l’ apporto di testimonianza concreta dell’ importanza di porsi il problema della violazione dei diritti inviolabili dell’ essere umano, villipesi in modo silente. Credo che, testimonianze come questa, possano essere importanti spunti di riflessione da condividere soprattutto con i più giovani.