Vivo e respiro aria britannica dal 2016 e generalmente tendo a scansare “Gli Italiani a Londra” come da adolescente scansavo i miei genitori quando tornavo a casa dopo una birra o due di troppo

(Mamma, se ti hanno riferito l’aneddoto qui sopra, si scherza, è una licenza creativa per Odysseo, ndr)

Il 3 novembre scorso, invece, come attratta da una calamita, non ho esitato a comprare un biglietto per uno degli eventi del fill – Festival of Italian Literature in London – edizione 2019.

Nato nel 2017, il fill si propone come contenitore culturale e letterario per scrittori, traduttori, giornalisti e chi più ne ha più ne metta. Data la natura stessa del festival, la rappresentanza italiana è la più rilevante, ma non mancano esponenti del panorama letterario internazionale.

L’evento che ho scelto di seguire (leggi: non avevo altro tempo e/o gli altri biglietti erano tutti esauriti) mi ha lasciata pienamente soddisfatta e con la certezza che tornerò al fill per le future edizioni.

A presiedere l’intervista c’era Claudia Durastanti, una dei fondatori del festival, scrittrice, giornalista, traduttrice e reduce dalla più recente cinquina in lizza per in Premio Strega 2019 con La straniera. Partecipanti: Rachel Cusk, autrice canadese prestata alla vita londinese; Edoardo Albinati, scrittore, professore e vincitore del Premio Strega 2016 con La scuola Cattolica, recentemente anche tradotto in lingua inglese.

Si è parlato di tante cose, tutte legate alla scrittura e in generale alla produzione dei due autori protagonisti del dibattito. Tuttavia, due spunti offerti da Albinati mi hanno particolarmente suggestionata, tanto da portarmi a rifletterci su per giorni e decidere di parlarne con voi.

Il primo punto ruota attorno alla figura femminile. La scuola cattolica trae spunto da un fatto reale di cronaca degli anni 70, il massacro del Circeo: due ragazze sono state torturate e violentate, fino alla morte di una di loro, a opera di tre ragazzi provenienti da famiglie facoltose, l’Italia bene dell’epoca. Le figure femminili del romanzo, incluse le due vittime, sono estremamente marginali e non hanno granché voce in capitolo: Albinati ha fatto presente che l’ambientazione della storia è una scuola cattolica maschile, gestita da preti, in cui l’unica figura femminile davvero presente pur rimanendo ostinatamente assente è la Vergine Maria. Ma Albinati vuole soprattutto sottolineare un tratto della nostra società , troppo abituata a sentir parlare di femminicidio: siamo talmente assuefatti a questo tipo di violenza che non ha più senso fare nomi, non è quella donna in particolare ad essere vittima, è una donna, una qualsiasi, potrei essere io, la vicina di casa, la barista che prepara il caffè ogni mattina, la sorella del migliore amico. Le vittime sono intercambiabili, le depersonalizziamo, deumanizziamo, e Albinati voleva inserire questo nel suo romanzo, nella speranza di creare un moto di reazione nel lettore.

Il secondo pensiero nasce da una domanda che è stata posta all’autore riguardo il processo stesso di scrittura. Posto davanti all’interrogativo sul perché scrivere, sul perché si voglia fermare su carta una storia in modo che un vasto numero di persone vi abbia accesso, Albinati risponde che per lui si scrive non tanto per ricordare e raccogliere più eventi in un unico luogo, ma si scrive per bruciare, per consumare e liberarsi della storia, così come ci si confessa per togliersi un peso dalla coscienza.

Ho lasciato il teatro con un senso di benessere per aver dedicato un’ora e mezza della mia domenica a qualcosa che mi appassiona e mi appaga profondamente.

E so che alcuni mi chiameranno radical chic con un certo disprezzo; fate pure, ché bisogna dire pane al pane e vino al vino nella vita, non m’importa. Vesto i miei panni da intellettuale radical chic fieramente.


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