
Gli uomini come lui richiamano alla memoria un tempo passato in cui non si doveva ricorrere per lo share televisivo alla battutaccia o alla gag forzata
Non è facile scrivere di Fabrizio Frizzi perché non sono un frequentatore della televisione di Stato, una specie di monarchia culturale e mediatica piena di contenuti per uso esclusivamente personale. Non voglio ricordare il percorso artistico del conduttore, il web è zeppo di informazione su di lui.
Mi soffermo sul suo sorriso e sulla sua gentilezza, sul suo essere “pulito” e senza maschere laddove per piacere è necessario imbrattarsi di apparenza. La sera, raramente, guardavo con la mia famiglia il suo quiz a premi, indovinare prima del concorrente era per noi un divertimento.
Lui, Frizzi, era lì seduto su quella sedia con la postura dell’educazione e del garbo, con la pacatezza di un vicino di casa che ti offre un pezzo di torta avanzata nel giorno del suo compleanno senza un fine oscuro.
Gli uomini come lui richiamano alla memoria un tempo passato in cui non si doveva ricorrere per lo share televisivo alla battutaccia o alla gag forzata. Penso valga la pena ricordare che ha donato il midollo ad una bambina leucemica e sfido a trovare chi prima di lui, nel mondo dei VIP, abbia avuto tale generosità di togliere una parte di sé.
Di gente generosa ce n’è, per carità, nel mondo dello spettacolo, ma una cosa è praticare la riservatezza come faceva Frizzi e un’altra è utilizzare un gesto per farsi magari della pubblicità ad hoc.
Socrate insegnava la maieutica, la televisione del 2018 educa a bombardare di parole insensate e dal bel suono, a incantare prima che sopraggiunga la ragione.
Tutto ciò che è passato di moda lo si fa apparire come vetusto, inappropriato si manifesta con la carenza di sensibilità.
Non serve ricordare artisti come Mike Bongiorno o Corrado, esiste un presente ed è Fabrizio Frizzi.
Ha chiuso gli occhi, si è allontanato per un tempo che non ci è dato di sapere da sua moglie e da sua figlia di 5 anni. Serve amore per capire la morte. E serve ancora più amore per capire quanto abbiamo imparato e non dobbiamo scordare da chi ci è stato vicino.
Mi torna in mente una poesia del poeta russo Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, intitolata “La stazione di Zimà”.
Una lirica struggente, intensa, che parla di un uomo che cerca di fare un bilancio della propria vita; ha avuto tanto e tanto gli è stato sottratto, non sa bene quale sia il senso del tanto camminare e affannarsi continuo. Sino a che giunge nei pressi della stazione di Zimà, un paese piccolo, e la stazione sembra parlargli, suggerirgli delle riflessioni.
Questo è il testo:
[…]
Partii…
Mi sentivo triste e puro,
triste certamente, perché
avevo imparato qualcosa nella vita,
ma che cosa,
non me ne sapevo ancora render conto.
Bevvi la vodka coi vicini, in loro onore.
Per l’ultima volta attraversai la mia Zimà.
Continuavo a camminare, triste e libero,
e avendo superato l’ultimo quartiere,
salii su un monticello assolato
e a lungo là rimasi.
Dall’alto vedevo l’edificio della stazione,
i magazzini, i fienili e le case.
Mi parlò allora la stazione di Zimà.
Ecco che mi disse la stazione di Zimà:
“Vivo modestamente, schiaccio noci,
in silenzio emetto fumo dalle mie locomotive,
ma anch’io rifletto molto sull’epoca nostra,
l’amo, e non vado contro la mia coscienza.
Tu non sei il solo al mondo
in questa tua ricerca, nelle intenzioni, nella lotta.
Non t’affliggere, figliolo, se non hai risposto
alla domanda che ti è stata fatta.
Abbi pazienza, osserva, ascolta.
Cerca, cerca. Percorri tutta la terra.
Sì, la verità è buona, ma la felicità è migliore,
eppure non c’è felicità senza verità.
Cammina per il mondo a testa alta,
con il cuore e gli occhi in avanti,
e sul viso
l’umida sferza delle nostre conifere
e sulle ciglia
lacrime e tempesta.
Ama gli uomini, e saprai capirli.
Ricordati.
Io ti seguo.
Quando sarà difficile, tornerai da me…
Va!
























