Scrittore, operaio, immigrato, capo del servizio d’ordine di Lotta Continua, studioso e traduttore di testi sacri. E tantissimo altro ancora. Ho il piacere di conoscere e intervistare Erri De Luca, a margien del suo spettacolo a Teatro Palazzo.

Si potrebbe dire che Lei ha molti volti, molte anime, molte vite. Oppure c’è un filo di congiunzione in tutte queste esperienze?

In una vita ci stanno molte cose, nella mia non vedo nessun filo, nessuna trama, solo un susseguirsi di casi, incontri, scontri.

Durante lo spettacolo “sola andata” ha subito parlato della vicenda che l’ha portata a processo per “istigazione al sabotaggio”. La vicenda è nota (assolto perché il fatto non sussiste, ndr), ma cosa ha lasciato e insegnato a Erri De Luca? Non pensa che “sabotare” sia una parola inquietante?

 Ne ho parlato per arrivare a una battuta che vuole far sorridere, non per ricordare ai presenti un caso giudiziario. Il verbo sabotare lo considero nobile e generoso, dalla sua nascita operaia in Francia fino alla disobbedienza civile contro una misura ingiusta, fino allo sciopero che sabota la produzione senza produrre alcun danneggiamento. Perciò ho ripetuto il verbo sabotare durante quei due anni di incriminazione e processo. Potevano condannarmi, ma non ridurmi e censurarmi il vocabolario.

 Ha declinato il verbo interrompere fino ad arrivare al sostantivo i”interruttore”. Cosa spera di accendere e, di conseguenza spegnere, l’interruttore Erri De Luca?

 Intervenendo tra una musica e l’altra interrompevo il concerto con dei racconti, perciò mi sono definito interruttore. Fuori di lì non sono abilitato a accendere e spegnere nulla.

 Chi viene a vedere “Sola Andata”, immagina già quale sarà il tema portante dello spettacolo. Poi, grazie al Canzoniere Grecanico Salentino, lo spettatore viene catapultato dal suono al centro del Mediterraneo, mantenendo ben salde le radici nella nostra terra grazie alle parole. Ha definito la musica “il tappeto volante delle parole”, vuole approfondire con noi questo tema?

 Le parole di Sola Andata se ne stavano chiuse in un libro da dieci anni. Poi il Canzoniere le ha tirate fuori di lì portandole dove non sarebbero mai arrivate. La musica le ha fatte ascoltare in teatri e sale da concerto, oltre confine, di là dal mare. Pario dico che la musica fa da tappeto volante delle parole.

 Il mondo si sta muovendo e il grande motore che lo muove è la speranza. La speranza dei genitori di salvare i propri figli dalla guerra e dalla fame. La speranza di uno studente di realizzarsi e trovare lavoro. La speranza di una maestra di poter insegnare, pur dovendo lasciare figli e marito a migliaia di chilometri di distanza. Lei stesso ha introdotto questo tema, parlando della sua esperienza di operaio in Francia. Secondo lei è giusto fare della speranza una necessità in questi termini? 

 Personalmente non son un esperto di speranze. Preferisco attenermi al presente e cercare di svolgere al meglio che posso il giorno in corso. Non chiedo al futuro di essermi benigno. Non compro biglietti di lotteria, non gioco ai pronostici, ignoro gli oroscopi.

Penso a tre accadimenti che per diversi motivi la riguardano, per quello che fa e per quello che rappresenta: il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, il referendum costituzionale, l’elezione di Donald Trump Presidente degli Stati Uniti. Ci vuol dire la sua?

A Dylan ho preferito Leonard Cohen. Il referendum è un scadenza rigonfiata e sopravvalutata, che si riduce a un sì o no al governo in carica. La elezione imprevista a capo degli Stati Uniti di un proprietario di Casinò dimostra che in quel paese è arrivata l’ora di giocare di azzardo.

Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Teatro Palazzo per la gentile collaborazione.