
Per l’operaio che non muore, ma resta invisibile nel dolore, Saronno
Non è il morto che pesa,
ma chi resta
spezzato
e non si vede.
La morte si veste di lutto
tra titoli, l’infortunio resta
in silenzio, il nodo nella gola
del cemento. C’è un uomo,
lì sotto, nel ventre aperto della città.
Non ha nome sui giornali,
ha solo una gamba in meno
e un ricordo di luce
che gli trema nella mente.
L’elica del cielo l’ha portato via,
ma non lo ha salvato.
È vivo, sì. Ma la vita è un’altra.
Una stanza d’ospedale,
una pensione che non basta
il rombo dei giorni
che non costruiscono più.
I vivi feriti non fanno notizia.
Non hanno funerali solenni,
solo la lunga assenza
dal proprio corpo intatto di ieri.
Solo l’attesa che qualcosa cambi
in un sistema che li mastica e li sputa
nel silenzio delle statistiche.
Il morto non si nasconde:
è bandiera a mezz’asta.
Un uomo torna a casa
con la schiena spezzata,
guarda la figlia
senza poterla sollevare,
Un uomo sogna il cantiere
e si sveglia nel buio
della parte di sé
che non c’è.
Quella è l’assenza.
L’assenza che pulsa,
che parla tutte le lingue del dolore.
L’assenza siede
accanto al tavolo mangia
il pane dell’incuria.
Chiede conto, e non ha risposta.
Ma io scrivo per lui.
Per l’operaio invisibile,
il mutilato senza nome.
Perché un giorno
l’assenza smetta di essere
e diventi memoria,
giustizia, voce.
E preghiera.


























