Metti un lunedì mattina, a Roma, senza turisti…

È lunedì mattina. La prima ondata di covid è un lontano ricordo, ora siamo nel pieno della seconda. Sto andando all’università per un esame, il primo orale in questa sessione. Sono tranquillo, per nulla teso. Cerco di non pensarci, per non farmi salire l’ansia. Non la voglio, non mi piace l’ansia, ne ho la repulsione. Cerco di svignarmela in ogni maniera quando l’incontro. Ho imparato da grande, da piccolo fai quel che si può, cioè ben poco.

Decido di passare per il Colosseo e di non fare il solito tragitto. La via per il Teatro Marcello l’ho imparata a memoria in questi mesi, tanto da potermi cronometrare. Dall’ora in cui esco di casa so già se arriverò in anticipo o in ritardo. Voglio cambiare, perché Roma è diversa dopo questa pandemia. Via dei Fori imperiali la presumo deserta.

La giornata è limpida e serena, di un cielo azzurro senza nuvole. L’estate è alle porte. Il sole inizia a bussare presto la mattina alla mia stanza. Ho le persiane sempre aperte, anche di notte. Nessun gesto simbolico o religioso. È solo un’abitudine presa all’università, quando ero specializzando in Economia a Siena. Ad una finestra mancava la persiana, tutto qua. La stanza che affittavo, a basso costo, era al pian terreno, con un bel giardinetto, alle spalle di Piazza del Campo. La vista, insieme ai miei pensieri, poteva vagare libera per le colline senesi. In lontananza, sulla sinistra, una basilica. Sullo sfondo, nella distesa verde e contadina, i miei sogni da studente universitario e i vaneggiamenti sul mio futuro. Da allora non le ho più chiuse le persiane, ovunque mi trovi. Mi sono abituato. Così al mio risveglio, senza contorcermi per afferrare la sveglia, con il rischio di spezzarmi, posso intuire dalla luce che vi entra se è troppo presto o troppo tardi. Mi dona gioia provare quel senso di riposo dopo il sonno della notte e aprire gli occhi prima che la sveglia sia suonata. Anche quel lunedì mattina d’esame è stato così.

Fatto il bagno nella storia dell’antica civiltà di Roma, grazie al passo svelto tra il Colosseo e i Fori imperiali, arrivo all’Altare della Patria, p.zza Venezia, svolto leggermente a destra, passo tra le due chiese sorelle, quasi gemelle, di cui non ricordo mai i nomi, né credo di averli mai saputi, percorro la breve via dei Santi Apostoli, curva a gomito a destra di novanta gradi e finalmente vedo sbucarmi quell’imponente e titanico palazzo della Gregoriana, pronto per fare l’esame. Ho seguito il corso e sono preparato. Ne ho tratto anche qualche buono spunto per la riflessione personale. L’ansia non si è vista, per fortuna. Salvo.

Prima di arrivare al Colosseo, però, ho percorso una strada ampia e abitata ai margini da numerosi alberi e locali. È l’Aventino, siamo in prossimità del palazzo della FAO. Abito da quelle parti, insieme a tanti altri compagni gesuiti in formazione come me, studenti di filosofia e provenienti da vari paesi. La vita è ripresa. La gente timidamente riprende ad occupare le sedie dentro i bar e sul marciapiede. La maggior parte sono ancora vuote. I segni della pandemia sono ancora evidenti. La nuova presenza delle mascherine, primo su tutti. Ma si respira l’aria di voler ricominciare a vivere. Il profumo di questi giorni che sovrasta le vie di san Saba è una festa per l’olfatto, è una grazia per il buon umore. Mi piacerebbe riuscir a dare un nome a ciascun profumo, a riconoscerne la pianta o il fiore che l’abbia generato, ma non sono di quel tipo là, di quelli che sanno ogni cosa. Mi inebrio per qualche secondo, sale il desiderio di conoscenza, ma qualche passo più avanti la mente ritorna alle sue normali occupazioni.

Finito l’Aventino, sulla sinistra, c’è una poco profonda, larga, rettangolare voragine che si espande per isolati. Sembra un campo da gioco abbandonato, leggermente interrato: è il Circo Massimo. Il cielo non si nasconde mai lì. Spesso mi sorprendo ad alzare lo sguardo e a scrutarlo, quasi per carpirne i segreti di questa città, ancora quasi del tutto indecifrabile per me. Abbasso il mento e riprendo a camminare dritto. Tra le varie distrazioni della mente prima dell’esame, provo a pensare a cosa pubblicare oggi sui social. Non che ne sia un grande esperto, anzi. È vero il contrario. Spesso mi capita di condividere film, libri, notizie e riflessioni spirituali o su noi gesuiti. Tutti gli ingredienti giusti, sembra, per non essere un influenceral giorno d’oggi, se sei relativamente giovane. Poco importa. Non è una mia aspirazione, neanche per il futuro. Non mi piacerebbe neanche, penso.

Qualche passo dopo, con in secondo piano una vaga idea sul post da pubblicare, mi ricordo degli scontri avvenuti due giorni prima, proprio in una delle vie che costeggia il lato lungo di questa voragine a cielo aperto, quella più stretta.

Mi sono sorpreso a provare meraviglia e stupore. Era per un dettaglio. Com’è possibile che ancora raccontiamo la storia politica di oggi in questi termini di destra e sinistra? Lo scontro era, infatti, provocato da rappresentanti di uno schieramento di estrema destra. Poteva essere anche di estrema sinistra, non è importante. Gli uomini al potere sfruttano l’anacronistico storytelling della politica novecentesca per racimolare consensi, o per averne sempre di più o per preservarlo. Ma mi sorprendo a chiedermi: quanto questa narrazione politica racconta e spiega la vita della mia generazione e di quelle dopo la mia? Ho un sospetto più che fondato: proprio un bel niente. Questo abisso tra la vita – almeno della mia generazione – e la narrazione della politica è sorprendente per quanto possa essere reale, concreto, e per ciò stesso assurdo nel suo esistere. Questo è il mio stupore: come ciò sia possibile nella sua assurdità.  Ho trentacinque anni, nato con i VHS, i videogame, la TV, in un mondo di pace e di libera circolazione del sapere e delle persone in Europa, e la narrazione politica è ancorata ancora a canovacci di un mondo del passato che non esiste più. Forse noi giovani semplicemente ce ne infischiamo, e di quelli che se ne interessano è solo per arrivare al potere o a realizzarsi. Come possono identificarsi con qualcosa che non esiste più, se non nei ricordi e nei libri di storia, e che non hanno mai vissuto? Credo, invece, fermamente nella passione autentica delle generazioni precedenti e che ancora vi investano la propria vita. Anche se qualcuno forse dovrebbe svegliarci e farci capire che il muro di Berlino è caduto e che la tecnologia ha messo quel mondo in soffitta. Noi quel sonno non l’abbiamo mai avuto perché siamo venuti dopo. Ma per quelli nati e vissuti prima, il rischio è concreto di continuare a dormire da svegli…

Per l’esame è un’ottima distrazione la meraviglia di questo pensiero. Mi dà la gioia leggera di un’intuizione e di una nuova consapevolezza. La custodisco fino a quando i pensieri non si volgono ad altro. “Ho l’esame, ci ritornerò in un altro momento…”

Quel sabato, giorno di scontri, ricordo nel frattempo che eravamo con alcuni della comunità sul monte Cafornia, in Abruzzo. Un posto meravigliosamente fresco e riposante alla vista e allo spirito. A 900 m di altezza il punto di partenza, da un paesino di poche anime. Il dislivello è di 1500 m, non proprio una passeggiata. Non sono abituato a imprese simili. Dalle mie parti, il “monte” più vicino è Castel del Monte. È a solo qualche centinaio di metri sopra il livello del mare e ci si arriva in auto, quando non è del tutto ignorato.

Fatto un buon tratto di sentiero e di salita, mi do indietro e lascio il gruppo proseguire. Un fastidio fisico mi impedisce di continuare a salire. Mi fermo con un buon libro, godendomi l’aria, il paesino, il panorama e l’aria fresca, lontano dalla morsa dello smog e dell’umidità di Roma. È un giorno di pausa dagli studi ed io sono ben posizionato, in prima linea, per spassarmela alla grande in quel contesto lì. Ogni tanto sollevo lo sguardo dal libro che mi sta conquistando e butto così un’occhiata verso la cima del monte per vedere se riesco a intravedere i miei compagni. Niente. Saranno dietro la criniera della montagna…

Mi scopro mentre la mente divaga in avanti e indietro nel tempo, fa collegamenti, ed è difficile fermarla…

Supero il Circo Massimo. Il Colosseo è deserto. Roma è senza turisti. Sembra una città vera adesso, in cui puoi incontrare chi ci abita. Sono solo poche persone. Penso a fare una foto e a fare una storia su Instangram (mamma, papà, poi ve lo spiego cos’è, proseguite avanti). Idea diversa da quella avuta in precedenza, di postare qualcosa su Facebook e su Twitter del film della sera prima visto in comunità. Ma non voglio deconcentrarmi troppo. Anche se non voglio pensare all’esame durante il tragitto, è bene rimanere concentrati e senza altri pensieri. Non voglio fare tardi. Sono nei tempi, ma senza ampi margini.

Arrivato alla svolta a gomito dei Santi Apostoli, una ragazza contromano blocca il piccolo traffico di quelle stradine strette del centro romano. Non riesce a fare retromarcia. Gira lo sterzo nel senso sbagliato, avvicinandosi pericolosamente sempre di più al muro, come se ne fosse attratta per un destino ineluttabile. Le indico in quale direzione girare lo sterzo se non vuole schiantarsi. Assicurata una giusta traiettoria, mi distacco da lei, ho l’esame e non voglio fare tardi. Prima di salire i due-tre scalini che danno al portone principale, con la coda dell’occhio rivedo nuovamente il traffico fluire. La giovane autista è nel senso di marcia giusto e parcheggia. Si incrociano di sfuggita i nostri sguardi e le alzo il pollice da lontano: ormai è fuori pericolo.

Mi identifico alla portineria. Le norme adesso lo impongono, come la mascherina, i guanti e la misurazione della temperatura corporea. È bello rivedere il professore. Non me lo ricordavo così. In aula l’ho incontrato una sola volta, in effetti. Dopo l’ho visto solo online via Zoom. L’esame è andato bene.

Al ritorno verso casa faccio la stessa strada. Arrivato al Colosseo scatto la foto della zona rimasta ancora deserta. Solo poco tempo fa era colonia di turisti di ogni dove. Nei paraggi ci sono due fidanzatini che si scattano un selfie, compagni improvvisati e sconosciuti di quello storico momento che volevo immortalare e condividere nell’oltremondo digitale. Sembrano innamorati e divertiti nel compiere quel gesto di ritrarsi con il Colosseo deserto alle spalle, con loro in primo piano. Si stanno ritagliando il loro posto nella storia e nella città. Roma è in un’altra epoca adesso, essa stessa se ne rende conto. Faccio la mia storia su Instangram. Con lo stesso tocco, nello stesso istante, è creata anche su Facebook. Due in uno, ottimo! Non sono molto esperto, e quindi questa semplicità mi diverte. Alle volte mi faccio tenerezza a scoprirmi un po’ impedito. Su Instangram stanno i miei amici, sono loro ad avermelo consigliato. Come avevano fatto anni fa per Facebook, quando li ho conosciuti nel gruppo giovani della parrocchia. Avevo venticinque anni e loro qualche anno in meno, chi ancora all’università, chi aveva già iniziato a lavorare. Per loro ormai è superato. A me non dispiace. Più o meno riesco a muovermi, cosa che con Instangram e Twitter faccio ancora un po’ di fatica.

La storia è condivisa.