La più grande libertà è quella di sapersi spogliare di tutto per imparare l’amore

Mi ha sempre affascinato il verbo che il libro della Genesi utilizza per la creazione dell’uomo da parte di Dio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine». A Chi si rivolge Dio usando la forma plurale e perché? I Padri della Chiesa l’hanno riferita al Cristo: Dio Padre crea l’uomo insieme al Figlio esistente con Lui prima del tempo e di ogni cosa, in vista della redenzione. Tuttavia mi piace pensare che la forma plurale sia indirizzata soprattutto all’uomo stesso che sta per uscire dalle mani di Dio. E’ come se Dio dicesse: “Ecco, io ti ho creato dal nulla, ti ho fatto come un prodigio (cfr. Sal 138, 14), ti ho aperto gli occhi alla luce; ora tocca a te diventare uomo, dare dignità a questa terra che possiede, nascosta dentro di sé, l’infinità possibilità di diventare cielo». Detto altrimenti, non basta venire al mondo per essere uomini; l’esistenza è chiamata a compiersi lungo il cammino lungo e paziente del diventare uomini, nascendo e rinascendo continuamente, lasciando che le scorie facciano emergere, come in crogiuolo, lo splendore dell’umanità piena e promessa.
Questo cammino appare costituito da diverse tappe, prima fra tutte quella della libertà. Grande è la fatica di trovarsi di fronte al rischio della libertà. Essere liberi è non avere paura di perdere innanzitutto se stessi. Se un pescatore non buttasse mai la sua rete nel fondo del mare per timore che si rompa, non raccoglierebbe mai neanche un pesciolino, rinunciando così alla promessa rischiosa ma necessaria di una pesca piena. Così, colui che per paura di perdere se stesso rinunciasse alla vulnerabilità e alle esigenze di ogni forma di amore, finisce per essere schiavo di se stesso e del proprio egoismo. La più grande libertà è quella di sapersi spogliare di tutto per imparare l’amore, primo gradino per la conquista dell’umanità.
Strettamente legata all’amore è la tappa della compassione. Ogni volta che evitiamo lo sguardo dell’altro, le sofferenze che ci rimandano al nostro limite creaturale, noi rinunciamo ad assumere ciò che più ci accomuna, ovvero la fraternità. Girare lo sguardo dall’altro lato, evitare di sporcarci le mani, è rinunciare a rimanere uomini, tali perché capaci di soffrire con l’altro, di compatire le sue sventure e le sue povertà, senza rinnegare la fragilità e le debolezze che ci rendono fratelli. L’amore non è tale se non è capace di farsi debole; l’uomo non è più uomo se rinuncia ad assumere la propria fragilità e quella altrui. Liberi per imparare ad amare; amare per imparare ad essere liberi veramente. È questa la promessa contenuta in quel «Facciamo l’uomo a nostra immagine» che impegna insieme Creatore e creatura.


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