Un documento per rilanciare e rinsaldare l’asse italo-francese

Sono passati 4 anni da quando l’allora Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, dopo un vertice tenuto a Lione, annunciavano la firma del Trattato del Quirinale, un documento per rilanciare e rinsaldare l’asse italo-francese.

In questi quattro anni, ne sono accadute di cose, nel fronte interno italiano – si sono succeduti 3 governi – e nelle relazioni bilaterali tra Roma e Parigi, che alcune volte hanno rischiato di compromettere i rapporti tra gli storici alleati (come dimenticare gli scontri sulle politiche migratorie e sui gilet gialli?).

Vista l’aria di turbolenza e considerato il sempre più forte legame franco-tedesco rinvigorito dalla firma del Trattato di Aquisgrana del 2019 e la leadership di Angela Merkel ed Emmanuel Macron nel volere e spingere la Conferenza sul Futuro dell’Europa e il lancio del Next Generation Eu, nessuno scommetteva più sul Trattato del Quirinale, restato in un limbo e accantonato per 4 anni.

Ma adesso, complice il nuovo scenario internazionale che vede gli Usa concentrati sull’indo-pacifico e l’Europa orfana  dell’esperienza di Angela Merkel – prossima a lasciare il cancellierato al socialdemocratico Olaf Scholz –  Italia e Francia si ritrovano a dover dare un segnale politico di unità e cooperazione al vecchio continente e all’UE.

E soprattutto, a Palazzo Chigi, siede Mario Draghi, da più parti visto come erede naturale della Merkel nella leadership morale e politica europea.

Naturale, quindi, che gli storici alleati Italia e Francia, fondatori del progetto di integrazione regionale più riuscito di sempre, decidano di lanciare un segnale riprendendo e portando a compimento il Trattato del Quirinale, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra Roma e Parigi non solo dal punto di vista bilaterale, ma anche strategicamente per tentare di legittimare una nuova leadership che vada oltre il solito asse franco-tedesco e per mettere l’Unione Europea al riparo dagli scossoni che potrebbero arrivare nel dopo Merkel e di cui già vediamo i primi sintomi, come nel caso della crisi dei migranti sul confine tra Polonia e Biellorussia, vero esempio di attacco ibrido al vecchio continente sulla pelle di persone disperate.

Il 25 novembre Emmanuel Macron è atteso a Roma per la firma del Trattato. In programma, oltre alla firma anche una visita al Presidente della Repubblica.

Al momento, il testo del Trattato resta ignoto e gli sherpa lavorano agli ultimi dettagli.

Di certo il Trattato – oltre a dare nuovo slancio alle relazioni bilaterali tra Roma e Parigi – disciplinerà la cooperazione tra Italia e Francia in vari settori, dalla difesa alla politica estera, passando per la cultura e la politica industriale.

Italia e Francia, ma anche l’Europa, hanno un bisogno vitale di un nuovo asse italo-francese alternativo allo storico legame Parigi-Berlino. Inoltre, la leadership e il prestigio internazionale di Draghi – rinsaldato dal nuovo rapporto privilegiato con i nostri cugini transalpini  –  può risultare decisivo per le sfide di politica internazionale per le quali il nostro Paese è chiamato a giocare un ruolo, dalla stabilizzazione della Libia alle politiche migratorie, fino alla lotta al cambiamento climatico.

Senza dimenticare la sfida più importante. La riforma dell’Unione e la speranza di rendere il Next Generation Eu permanente. E il nuovo asse italo-francese e il semestre francese di presidenza che partirà il prossimo primo gennaio 2022 potrebbero dare la spinta decisiva.


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