L’immortalità di Zlatan

“Only God can judge me”, solo Dio può giudicare Ibrahimovic. Questo non è solo il tatuaggio sul fianco del campione svedese, ma anche il plot di ”Zlatan”, film del 2021, diretto da Jens Sjorgen, opera autobiografica che racconta la vita e, soprattutto, l’infanzia di uno dei più influenti calciatori dell’ultimo ventennio.

Zlatan, ovvero il bambino d’oro, l’asso nella manica che ogni squadra tira fuori per vincere trofei, il teppista della periferia di Malmoe che non ha rispetto per niente e nessuno. L’excursus della pellicola parte dalle drammatiche vicende familiari che portano Ibra ad essere sballottato fra l’accorata durezza di suo padre e l’ingenua perdizione della mamma, un mix esplosivo, una miccia pronta a far saltare in aria clichè e schemi, disposizioni di un terreno di gioco troppo stretto per contenere un Ego così spropositato.

Ibra non ha paura di aprire il frigorifero e trovarlo vuoto, sa che deve procacciarsi cibo e futuro, un’istruzione fine a se stessa che tenta di ingabbiarlo nelle trame di un destino che, invece, ha già deciso di andare controcorrente, contro le fisime giovanili di un lusso ostentato ma poco funzionale.

La svolta è segnata all’anagrafe con un nome ed un cognome: Mino Raiola. L’anti-Moggi si faceva chiamare, ma ciò non ha impedito lo sviluppo di una trattativa estenuante e risolutiva. Ibra si congeda dal’Ajax con una serpentina contro il Nac Breda, in stile Maradona e Zidane (cit. telecronaca originale), e sbarca direttamente ai piedi della Mole, alle dipendenze di una Juventus che, di lì a poco, avrebbe conosciuto le piaghe di Calciopoli, e di Fabio Capello, mentore in grado di farlo sedere, ogni giorno, a fine allenamento, davanti alla tv, a visionare il cinismo sotto porta di quel Van Basten a cui tutti lo avrebbero paragonato.

Colpi di tacco, risse, personalità, carisma, esperienza. Ibra è tutto e il contrario di tutto, rovescia pronostici come rovescia quel pallone che, da quaranta metri, si infila nella porta inglese, la sfrontatezza di uno slavo migrato in una Svezia di cui tuttora è l’indiscusso capitano e guida spirituale.

Milan, Inter, scudetti a raffica in Italia e all’estero. I dissapori con Guardiola al Barcellona sono solo una parentesi nell’ascesa di un fuoriclasse che, persino nel Paris Saint Germain, non dimentica le sue origini, il ghetto in cui bisogna lottare per sopravvivere, anche per rispetto degli 805 milioni di bambini che nel Mondo patiscono la fame.

L’infortunio di Manchester non poteva, in alcun modo, rappresentare il canto del cigno per un Highlander mentalizzato a volare sempre più in alto come un’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri, consapevole che si nasca con il solo scopo di incidere e fare la differenza, a quaranta metri o…a quarant’anni!


Fontehttps://flic.kr/p/iM8T8r
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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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