«Se volete che le persone siano contente di conoscervi, dovete essere contenti voi di conoscere loro e dimostrarglielo»

(Johann Wolfgang Von Goethe)

Era il bronx, glielo avevano anticipato. Avevano fatto ciò che non dovevano: descriverle con i loro occhi una situazione. Erano in buona fede, volevano solo avvertirla di andarci cauta con quel gruppo classe, poiché lei era una di pancia che, in altro gruppo, era andata direttamente di budella.

Lì aveva trovato 15 anime mai redente e si era accorta che appena parlava, toccava nervi scoperti: un campo minato che, contro ogni previsione, quello voleva, essere liberato dalle bombe. E lei non aveva dato retta alla paura, si era messa a schiacciare mine calcolando attentamente ogni mossa, perché quella era una guerra di ragazzi adolescenti, bisognava stare attenti.

Per questo avevano ritenuto di doverle aprire gli occhi: l’altro gruppo non era di quel genere. “Peggiore, problematico, altamente squilibrato dal punto di vista emotivo, avanzi di galera”.

Avevano instillato l’inizio di quell’infame pregiudizio che l’aveva spaventata: “Prof, ma da noi non vieni mai?”, le aveva chiesto un ragazzino magro come un grillo, convinto, come ciascuno di loro, di essere il sig. Nessuno, per i prof. Tutti.

Solo che lei non era una prof. Tutti e di quel grillo aveva colto diverse cose nei corridoi, in giorni precedenti.

“Sì, Christian. Oggi inizio anche da voi alle 11:30”.

“Sai come mi chiamo?”

“Non solo, hai anche un giubbotto che diventa fluo quando lo bagni e detesti te lo bagnino”.

Il ragazzino trasalì, andò via saltellando.

“A dopo, prof!”.

“Ciao, Chris”.

Era già passata al diminutivo. E le 11:30 erano dietro l’angolo.

“Occhio, oggi c’è René, non viene quasi mai. È il leader, li manda in palla, si esaltano. Ma fra un mese ce ne liberiamo: lo arrestano. Aspettano la maggiore età”.

Non fiatò, deglutì, entrò. Niente, era il bronx. Urla, bestemmie, risate sguaiate, comunicazione di mani: mani pesanti. Uno zoo. Rimase a guardare. Muta. Si sentiva in un teatro, osservava. I ragazzi continuarono in quel modo per i successivi trenta minuti, fino a che la sua presenza non divenne percezione e il suo silenzio incomprensibile per loro.

Non erano pronti, allora attaccarono la pippa sul suo cellulare di ultimissima generazione: non si accordavano su quale modello potesse essere… fosse stato l’ultimo, sarebbe stato costosissimo.

Era l’ultimo. Glielo chiesero in quel caos infernale: lei confermò, senza fiatare. Li guardava e annuiva.

“No, prof, non ci credo! Fai vedere le impostazioni!”

Allungò il telefono verso chi le aveva fatto la domanda e qualcosa si fermò.

“Posso toccarlo?”.

“Certo, guarda da solo”.

Era l’ultimo modello, la prof non aveva mentito.

Ed eccolo René: altissimo e robusto, dimostrava il doppio dei suoi anni e si sentiva fortissimo.

“Meh basta mo’, sta la prof. La fate parlare?”

Solo allora lei prese la parola: “Buongiorno, abbiamo Tutankhamon. Ha deciso che posso parlare, ottimo. Grazie ,Tutankhamon, ma io non te l’ho chiesto. Mi stavo godendo una recita, perché mai l’hai interrotta?”.

“Quale recita, prof?”.

“La vostra, siete attori provetti e avete retto benissimo per mezz’ora”.

No, non lo sapeva dove stava andando a parare, ma sentiva che quella era la strada e doveva percorrerla. Rischiava uno schianto sotto il dirupo senza airbag, ma non aveva scelta.

Il bronx si fece muto, un segno della mano di René a far sedere il branco.

“Grazie, René”.

“Pure il mio nome sai?”.

“Sono fastidiosissima, lo so. Sì, conosco il tuo nome e vi stavo dicendo che recitate perfettamente”.

“Che stai dicendo, prof?”.

E in sottofondo fra loro: “Oh non si è mossa. Sta là immobile, non alza la voce, non ha smesso di guardarci”. Finse di non aver sentito.

“Sto dicendo che non avete nessun bisogno di fingere con me, perché lo so che non c’è nulla di vero. Voi sapete molto bene come si sta al mondo e in una classe. Solo che vi piace mettere in scena il siparietto delle bestie inferocite. Prendete per il culo i vostri professori che vi credono, vanno in panico e vi urlano di smetterla. Così vincete. E con me non attacca. Non siete animali e non potete fare niente per convincermi del contrario”.

Era fermamente convinta di quanto aveva detto, molto meno che avrebbe funzionato. Ma li vide restare improvvisamente inebetiti. Non parlavano con lei, bisbigliavano fra loro. Alcuni la fissavano a bocca aperta, mentre le voci bassissime dicevano che questa volta non ne sarebbero usciti. Questa non la potevano fare fuori facilmente.

Lunghissimi minuti al cardiopalma in cui lei. sì, aveva recitato benissimo: le avevano creduto, ma solo perché la finzione non era nelle parole, solo nell’atteggiamento sicuro.

Accaddero tre cose, fra le altre: René non si alzò mai più dal suo posto e mentre, con sorriso imbarazzato, avvicinò i polsi per confessarle ciò che gli sarebbe accaduto, un compagno alzò la mano.

Aveva alzato la mano per chiedere la parola. Non ci credeva nemmeno lei.

“Dimmi”.

“Sei la prima che ci rispetta”.

E adesso? Come si risponde?

“Mi sembra il minimo. Io esigo rispetto, ma per farlo dovrò pur darvelo. Altrimenti di cosa parliamo, scusate? Mi sembra un po’ poco esigere qualcosa solo perché sono seduta sulla cattedra”.

Un’altra mano alzata.

“Dimmi”.

“Prof, ma tu fai teatro?”.

“No, perché”.

“Perché non lo so, sembra che tu lo possa fare”.

L’aveva beccata in pieno e non lo sapeva!

Di colpo, dal nulla, René il terribile Tutankhamon, che di aspetto terribile lo era davvero a volerlo guardare come le avevano detto e non come lei aveva scelto di fare: “Prof, mi piace disegnare”.

“Dai! E disegni a casa?”.

“Qualcosa, prof, …così. Prendevo 10 solo in arte”.

“E ti va di portarmi i tuoi disegni? Vorrei vederli, se posso”.

“Ma, ma, prof, …ho Snoopy!”.

Sorrise: “Portamelo”

“E poi ho gli orsi con i cuoricini”.

René, Tutankhamon – fra un mese ce ne liberiamo, lo arrestano –. Gli orsi con i cuoricini. René andava a scuola un giorno sì e quindici no. Un mese avrebbe fatto presto a passare e lei si sentì morire.

“Portameli René, vuoi?”.

“Va bene, prof”

Il tempo era scaduto.

Qualcuno le chiese come fosse possibile, due ore erano già andate. Non lo so, avrebbe voluto rispondere, non lo so nemmeno io: sono finite, non me ne sono accorta. E invece disse:

“Grazie. Mi stai facendo un complimento, sai?”.

“Bene, prof, sono contento. Vieni prossima settimana?”.

“Certo”.

“Mi raccomando”.

“Prometto”.

Si alzarono per andare via, René era già di spalle in fondo al corridoio. Tornò indietro: “Prof, ti porto i disegni”.

“Ci conto, René”.

Finita così. Frastornata. Dal bronx ad una vera aula ordinata: si sentiva come Achille e aveva dovuto combattere nascondendo con le unghie e con i denti il suo tallone.

Non era affatto detto René sarebbe tornato, non era affatto detto avrebbe mai visto i suoi disegni. Lo avrebbero arrestato e quella notte, che sarebbe stata insonne, le portò un pensiero: “Se non torna, troverò il modo per andare a trovarlo lì dentro, con album e matite”.

Dal bronx per quel giorno era tutto. Ma era chiaro: si trattava “solo” dell’inizio.


FonteRenè Magritte, Gli amanti. Pixabay
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.