Viva l’antiretorica…

Mario Giordano, che vari italiani sono abituati a vedere il martedì sera a “Fuori dal coro” su Rete4, ha voluto porre alcune provocazioni intelligenti, politicamente scomode. Giordano ha scritto un pezzo su ‘Panorama’ e ha posto alcune domande forti, capaci di andare oltre le colonne d’Ercole delle dittature mediatiche instaurate sulle sabbie nonché sui fanghi mobili del politicamente corretto.

Il giornalista, parlando del dramma delle morti sul lavoro e della retorica con cui si affronta questa scottante tematica sempre troppo attuale e urgente, ha ricordato la giovane e bella Luana, ma ha anche sottolineato che del tunisino Sabri Jaballah non è importato così tanto ai meccanismi mediatici.

Ricordiamo che anche Sabri era un operaio morto sul lavoro, a inizio febbraio 2021, in Toscana. Di lui e degli altri poco si parla. I riflettori vengono accesi solo quando la notizia fa notizia emozionale, carica di una potenziale valanga di  like  sui social.

Il concertone del primo maggio non ha visto i  big  della mediaticità  parlare dei drammi dei lavoratori nello stesso modo in cui si è parlato e si sta parlando – retoricamente nonché senza considerare i princìpi del diritto penale costituzionale liberale – del ddl Zan. Mario Giordano con il suo modo di fare scomodo e senza peli sulla lingua o sulla penna, a proposito delle morti sul lavoro, ha scritto che “La strage continua ogni giorno ma non se ne occupa più nessuno. Le notizie stanno un po’  sulla cresta dell’onda, poi l’onda passa e diventa un’onta. Di morti sul lavoro, dall’inizio del 2021 ce ne sono stati due al giorno. Due”. E a proposito della festa del primo maggio 2021, ha scritto che “nemmeno alla festa del primo maggio si è parlato di morti sul lavoro. Si è parlato di legge Zan, di diritti degli omosessuali, di censura, libertà di opinione. Tutti temi molto belli. Ma perché Fedez non ha approfittato dell’occasione assai ghiotta per affrontare questo tema? Forse perché non era ancora morta Luana? E allora? Gli altri morti non erano abbastanza belli?”.

Da spettatori televisivi, da fruitori dei social, da navigatori nel mare grande del web, non dobbiamo mai dismettere le nostre armi culturali, ossia i nostri strumenti umani di comprensione critica delle realtà in movimento. Abbiamo il compito di non essere facili profeti, ma di essere coscienti cittadini che disinnescano nelle proprie vite, e nelle proprie scelte politiche periodo per periodo, le bombe mediatiche del moralismo autoproclamatosi corretto per autoindulgente definizione. Questo magmatico neo-moralismo che cosa sta facendo? Scorrettamente sta oscurando le urgenze tragiche delle realtà vissute dai lavoratori sul lavoro. Neo-assolutisticamente sta qualunquizzando il dramma delle disoccupazioni esistenziali di questo tempo. Ciecamente sta ponendo al centro questioni che possono essere dietro l’angolo sì ma che sono meno diffuse e meno attanaglianti delle morti reali e civili, delle morti lavorative dei vivi che hanno un lavoro precario o non hanno più o non hanno mai avuto un lavoro. Queste ultime sono tutte questioni che possiamo apprendere e trattare muovendoci a due passi dal nostro naso intellettuale, dialogando a tu per tu con tutti quei cittadini e non cittadini che vivono sulla propria pelle improrogabili urgenze tragiche, sul lavoro e per il lavoro. Purtroppo queste situazioni sono dilaganti nel nostro Belpaese.

E invece i  big  parlano di ciò di cui fa comodo parlare, per accrescere i propri edonisti ed egoisti rilievi mediatici, nel ciberspazio. Spesso si parla di tutela dalle discriminazioni proprio mentre 1) non si considerano le norme protettive già vigenti nonché perfettibili, e 2) si alzano muri che scolpiscono categorie umane lasciando senza categoria tutte le altre sfumature esistenziali di questo mondo sociale, in cui ciascuno deve rispettare ogni altro individuo, altrimenti paga le conseguenze delle proprie azioni lesive, punto.

Il mondo è bello perch’è esso stesso vario, non perché ci viene narrato che il mondo dev’essere sostanzialmente schematizzato entro asfittici ed illiberali confini sintetici che sistemizzano alcune categorie protette, protette anche penalmente dalle   opinioni   altrui, nel diritto penale liberale che si basa sui   fatti. Elevando formalmente alcune categorie umane a dominare tendenzialmente – ma anche inconsapevolmente – la scena del nuovo che avanza in TV nonché in rete, le persone che un tempo erano purtroppo stigmatizzate come “troppo diverse”, in realtà giuocano il ruolo di nuove cavie, mercificate dai meccanismi mediatici. E, si sa. I media trascendono e poco incarnano la logica empirica del ben più sacrosanto diritto.

Il capitalismo per sopravvivere nelle sue sovrastrutture globalizzanti ha fatto un passo progressista (ma non sempre effettivamente progressivo), utilizzando i bisogni intimi delle persone in carne ed ossa. Prima ha borghesizzato i proletariati, poi ha tinteggiato di verde le etichette delle multinazionali, anche di quelle che non hanno fatto carezze al polmone amazzonico del pianeta; da ultimo giuoca a pallone con gli ormoni e i cuori delle persone, anzi – più spersonalmente – con ormoni e cuori della gente.

Occorre garantire la capacità consumeristica e d’acquisto a tutti, si devono garantire i diritti a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori; occorre amare e sostenere la crescita umana in un pianeta da mantenere verde (davvero verde, senza tinture ideologiche o post-ideologiche); occorre punire le lesioni morali e materiali che ogni individuo riceve nella propria vita per ragioni di identità etnica, di genere, di sesso e orientamento sessuale, di condizione socioeconomica, familiare, lavorativa, esistenziale.

Se questa società consente agli immorali speculatori di ridurre la comunicazione meta-politica ad una mera industria di retorica, nonché ad un triste ed ingabbiante sloganificio, si risparmi almeno la vita dello Stato di diritto! Con il diritto non si scherza, non si giuoca. Resti razionale almeno il diritto, in questo tempo di nuove, ulteriori opportunità, tutte da edificare. Senza categorie, bensì insieme.


FontePhoto by sol on Unsplash
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Nato l’11.10.1989, giurista, scrittore, poeta e attivista politico “liberalfree”. Vive a Roma, dove opera nel settore della ricerca accademica di storia giuridica. Maturità classica conseguita in Puglia nel 2008, laurea quinquennale in Giurisprudenza conseguita a Roma nell’A.A. 2012/13, e in seguito master di specializzazione forense e corsi di formazione avanzata in varie città, abilitazione alla professione di avvocato nella sessione 2015; cultorato della materia Costituzionalismo e integrazione europea; attività di dottorato di ricerca con borsa in Discipline giuridiche storico-filosofiche, sovranazionali, internazionali e comparate presso l’Università Roma Tre. Autore di varie monografie e saggi di cultura giuridica, conduce interviste e pubblica articoli di cultura politica e sociale su riviste, periodici, giornali. C’è un filo che unisce le sue battaglie civiche per la garanzia e l’evoluzione dei diritti, le sue poesie, le sue prose artistiche e politiche, il suo pensiero sociospirituale progressista, i suoi saggi di diritto vigentista e storico-teorico: l’amore veemente per l’umanità nel suo divenire storico e dialettico.

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