In ricordo di una stretta di mano accolta e …di una rifiutata

Casaleggio. Gianroberto. Veniva nella tua direzione, domenica 18 ottobre 2015 nel velodromo di Imola, location dove si stava svolgendo la kermesse del Movimento 5 stelle. Provasti persino l’impressione che ti volesse conoscere, che intendesse interpellarti, dialogare. Attendesti, perciò, tranquillamente. Addossato allo stand della Regione Puglia. Che ti sorreggeva, lui, per la tua disabilità motoria.

Non la dai disinvoltamente. La mano. A chicchessia. Immotivatamente. Perché non si tratta di un gesto banale, ma pregno di intenso significato personale, sociale, politico, culturale. Umano. D’incanto i vostri sguardi si incrociarono. Poi, senza accorgervi le vostre destre si trovarono intrecciate. Quella di Gianroberto Casaleggio e la tua. Un fluido magnetico prese a scorrere, fino a raggiungere i cantucci più remoti dell’anima. Provasti la piacevole sensazione di espansione dell’esistenza, procuratati da quella mano. Soffice. Tiepida. Emozionata.

Alla scuola media, come docente di educazione civica (!), insegnavi ai tuoi alunni come stringere la mano, indicavi la postura da assumere, spiegavi l’importanza del coinvolgimento degli occhi ed… il profondo senso che nella nostra cultura, erede di Socrate, riveste una vigorosa, sincera stretta di mano.

Un tempo bastava una stretta di mano per siglare un patto, un contratto. Oggi, invece, nell’imperante vuoto dei valori, non bastano neanche le carte bollate. Vi è chi stringe la mano di un amico e come corollario aggiunge “Stai sereno, Enrico!”. Il giorno dopo, però, gli sferra un poderoso calcio politico negli stinchi. Ignominiosamente. Disinvoltamente. Senza che sul viso trapeli un dubbio, un larvato senso di colpa.

E molti, conformisticamente allineati, esultano pubblicamente, inneggiando al concentrato di ipocrisia e cattiveria, che devasta rapporti, che esalta il cinismo più spietato. Che altera il quadro dei valori. Che diseduca le giovani generazioni.

Te lo ricordi bene quell’episodio, incistato nel tuo vissuto! Stavi seduto con Pasquale Nasca nel cortile del Castello di Trani. Quel pomeriggio inoltrato. Aspettavate l’arrivo di Fabrizio Barca, autorevole economista del PD, quando sopraggiunse l’ex Sindaco di Barletta, Nicola Maffei. Salutò l’avvocato e gli strinse la mano.

Poi, cortesemente, la porse a te. “Mi rifiuto”, dichiarasti, senza rancore, ma con grande determinazione e dignità, “di stringere la mano dell’uomo che durante il mandato sindacale mi ha trattato come un suddito.” Riaffiorò in te lo sdegno per la tracotante indifferenza prodotta da chi avrebbe dovuto esercitare con onore il mandato di primo cittadino.

Allibì, sgomento. Tutte le sfumature del rosso, dal paonazzo, al porpora, al cremisi, magenta, allo scarlatto, si dipinsero sul volto. La bocca si dischiuse, inebetita. La mano destra, protesa in avanti, rimase paralizzata, mentre quella sinistra, rimaneva sbilanciata.

Aggiungesti: “Con lettera protocollata le avevo chiesto di essere convocato, per raccontarle l’immane fatica dei disabili di Barletta”. Una città progettata e costruita per i colossali interessi di pochi palazzinari e della loro corte, a discapito dell’intera collettività, una realtà urbana allo sbando, priva di controlli, dove le barriere architettoniche e la diffusa inciviltà rendono ancora più problematica l’esistenza di tutti coloro che risultano deprivati, occasionalmente o definitivamente di una deambulazione normale.

Dove il muro di Berlino della ferrovia diventa insuperabile per i pedoni claudicanti, i bambini, le donne incinte, gli anziani. Dove da decenni si aspetta su via Cavour la rimozione dei barbacani che ignominiosamente sorreggono il palazzo dell’ex Ospedaletto o di quelli che intasano la strada della chiesa di Sant’Antonio. Dove se sei stanco puoi addossarti alle pareti dei fabbricati, sederti al marciapiede o accomodarti in qualche poltroncina di esercizi di ristorazione privati.

“Più volte per strada, incrociandola, le ribadii la mia istanza. Prendeva nota, la tronfia e petulante accompagnatrice. Che poi ha fatto carriera come dirigente nella compagine amministrativa. Evidentemente, lei, signor Maffei, era in tutt’altre faccende impelagato”, per… degnare di uno straccio del suo prezioso tempo, pagato profumatamente dai contribuenti, ai derelitti che a Sparta venivano abbandonati sul Monte Taigeto, mentre ora vengono condannati agli arresti domiciliari.

Non sapeva che pesci prendere, il pover’uomo. Cominciò a farfugliare, poi imboccò la dissestata e contorta strada della giustificazione posticcia, come sono soliti fare i politicanti di ogni contrada, illudendosi di accoppare l’insolente, che aveva osato rivendicare con fierezza la propria titolarità civile.

A Gianroberto Casaleggio, quella domenica, la mano, la porgesti. Spontaneamente. Con convinzione. E lui a te. Con sincero trasporto. Con devozione. I vostri occhi per un attimo si scrutarono. I suoi si dilatarono, quando lo ringraziasti della grande rivoluzione politica che aveva avviato assieme a Beppe Grillo. Convogliando il dilagante dissenso contro l’imperitura casta, arrogante, proterva ed arraffatrice.

Conoscevi bene il progetto politico ed i metodi, avendo letto i suoi libri e frequentato i meet up. Volevi, però che te lo esplicitasse de visu, mentre le mani custodivano gelosamente la presa solidale e gli occhi accarezzavano un sorriso.

Gli rivolgesti timide domande. Ti chiese come ti chiamassi e da dove venissi. Con esile voce, evidentemente l’incurabile malattia galoppava, ti confidò come ad un amico collaudato: “Senti, Domenico, i tuoi capelli sono bianchi come i miei! Anche tu certamente avverti una profonda nausea ed un disgusto viscerale nel vivere in un Paese che va a rotoli. Culturalmente, socialmente, economicamente. Per il profondo dissesto idrogeologico. Per un’informazione prona. Per colpa di una classe dirigente di ladri e incapaci, coronata da un’ampia corte che regge lo strascico. Masnada plaudente e gozzovigliante. Faccendiera. E… per la rassegnazione di tanti, e… per l’indifferenza di quanti meticolosamente vezzeggiano il proprio orticello!

Personalmente ho sempre vissuto del mio lavoro, pagato le tasse, rispettato le leggi, come certamente avrai fatto tu e tantissimi italiani. Quanti improperi, quanti insulti mi sono pervenuti! Forse, perché sono incensurato!

Bisogna liberarsi al più presto della zavorra di politici mestieranti, fanno promesse che non mantengono. Occorre fornire una nuova prospettiva politica agli Italiani. Ridare fiducia e speranza. La democrazia rappresentativa è al capolinea. Urge dal vita a quella diretta, che vede il coinvolgimento di tutti i cittadini. I nostri validi portavoce al Parlamento, nei consigli regionali e comunali stanno dando prova di saper gestire politicamente il Paese, onestamente, recuperando i valori della giustizia, della legalità, della tutela del territorio, della difesa degli stati sociali più svantaggiati, del sostegno alla piccola a media impresa.

Tutti gli scheletri dell’armadio dovranno rivedere la luce, i mille misteri italiani, dileguarsi, il sussidio di cittadinanza andrà varato immediatamente. Istituito il recall. Introdotto il referendum propositivo senza quorum. Eliminati i vitalizi della casta e tutti i privilegi. Tutti dovranno partecipare nell’elaborare le leggi. Inoltre, pacta servanda sunt, i patti sottoscritti con gli elettori vanno mantenuti, sono sacri, e chi intende tradirli va allontanato dal Movimento”.

Le mani, nel frattempo, avevano continuato a rimanere intrecciate, ed il fluido empatico scorreva sempre più allegramente. Ancora adesso, la tua mano conserva gelosamente quella sensazione di sincerità, lealtà, coraggio, fiducia nell’avvenire, che provasti in quella indimenticabile domenica. “Grazie, Roberto, che la terra ti sia lieve”.

Giovedì sera, tuo figlio è stato intervistato ad Otto e Mezzo da Lilli Gruber, per promuovere il convegno di sabato scorso “Sul futuro”. L’anniversario della tua morte non sarà una vuota cerimonia commemorativa. Cozzerebbe in modo stridente con il tuo stile di persona schiva, fattiva e generosa. Ha immaginato, Davide, un evento che raccoglierà personalità di diverso orientamento per disegnare il futuro dell’Italia. Puoi esserne fiero!


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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.