LA PICCOLA CARMELA RACCONTA DIGNITOSAMENTE LA SUA POVERTÀ

“La mia famiglia è po… pove…” Tremano le labbra a Carmela, l’ultima sillaba le rimane in gola, non ne vuole proprio sapere di materializzarsi. Per un coacervo di sentimenti, (smarrimento, disperazione, paura, angoscia, sconforto) che solo chi vive in situazioni destabilizzanti riesce a provare. Si sente colpevole, la ragazzina. Lei! Invece, che altri. Noi! Da oltre sei anni. Metà della sua vita.

L’avevi conosciuta in uno dei giorni in cui ti eri dedicato anima e corpo alla difesa della Costituzione. Passeggiava a Barletta nei pressi di Eraclio con il padre, la madre, la sorella ed il fratello. Erano già decisi a votare per il “NO”, i genitori, e sentivano prepotente il bisogno di raccontare la fatica per sopravvivere. Non sapevano più a che santi rivolgersi, tante erano porte sbattute in faccia. Avevano molto da aggiungere, ma temevano di far tardi per il pranzo alla Caritas, dove avrebbero trovato una lunga fila di poveri, “persino gente impensabile”, dicevano. In attesa di tacitare lo stomaco.

Il candido viso dell’esile Carmela, nella penombra di un bar di Via Nazareth, si contrae in concitate smorfie di dolore, e l’intero corpo sussulta spasmodicamente. Le mani fremono, e due rivoletti di lacrime fluiscono dagli occhi, zigzagando, sul vellutato incarnato fino ad inondare, tremuli, i morbidi pantaloni neri.

Qualche singhiozzo, sussultando, erompe e scompagina la folta chioma. Con occhi disarmati, ti guarda, la dodicenne aggrovigliata in problemi soverchianti, come per chiederti scusa. Abbassa la testa, quasi vergognandosi, la rialza per un moto di dignità, ti fissa, inchiodandoti alle responsabilità, personali e sociali, e la mano pietosa della giovane mamma Angela le asciuga la sofferenza. Le sorride e…, dopo un attimo, mani ruvide, che per sopravvivere si sono cimentate con molteplici precari lavori in campagna ed in case d’altri, si trovano ad accarezzare gli elettrizzati riccioli della sua primogenita, rifugiatasi tra le sue accoglienti braccia e gli abbondanti seni.

Affranti occhi materni, che tante volte hanno pianto di nascosto, lontano dai figli e dal marito, sconquassati ora dalla sofferenza della figliuola, producono calde lacrime. “Quando non vedo spiragli, vado in chiesa e prego”, sussurra, “il Signore mi dà la forza di credere in un futuro più roseo”. Claudia, la figlioletta di nove anni, dalle paffutelle guance paonazze, teneramente avvolge con il suo sguardo affettuoso ora la sorella e la mamma, ora interpella con la sua sorridente innocenza la tua coscienza.

Senti un groppo alla gola, toccando, annusando respirando la povertà. Così vicina. L’avevi condivisa nel Burundi, come volontario del servizio civile. Tanta. Sfiorarla, però, nella prospera Barletta scintillante per le sue boutique alla moda, stracolma di appartamenti lussuosi, esibente spocchiosamente ad amici, sodali e compari vacanze esotiche, sfoggiante tailleur, abiti raffinati, unghie laccate, viaggiante su SUV poderosi, affondante fauci ingorde in raffinati pranzi, ti strattona, domandandoti dov’è l’umanità, perché si dilata il divario tra le capacità cognitive, certificate dai progressi in ogni campo dello scibile e le possibilità emotive, le condotte, gli atteggiamenti, progressivamente peggioranti.

Persone in carne ed ossa, adulti e bambini che, increduli, si chiedono quale colpa hanno mai commesso per non aver diritto ad vita dignitosa, negatale dalla società. Civile. Acculturata. Tecnologica. Religiosa. Guerrafondaia, potante il ramo su cui siede. Abile nel mettere poveri del territorio contro il pacifico popolo degli zingari e quanti, inermi, fuggono dalla guerra, dal furto e saccheggio delle loro terre, dalla fame.

Due aranciate ed una calda cioccolata aspettano pazientemente di lenire le sofferenze ascoltate. Sorseggi l’acqua ed erompi… “Ascolta, Carmela. Anche mia madre era povera, da bambina. I pantaloni da lavoro di suo padre, umile bracciante, erano laceri, la maglietta sbrindellata. Supplicò la vicina di insegnarle il cucito. Una nuvola di sacrifici, determinazione, e… la povertà si dileguò. Anche voi ce la farete”. La tua anziana mano, intanto, indugia in un cadenzato andirivieni sulla tenera spalla.

Si rincuora Carmela e riprende fluidamente a conversare. “Sì, la mia famiglia è povera, ma ci amiamo! Sono fiera della laboriosità, generosità ed onestà dei miei genitori.

Tutto crollò addosso, quando mio padre perse il lavoro di carpentiere. Rimboccandosi le maniche, s’improvvisò ambulante di frutta e verdura. Una boccata d’ossigeno. Mia madre si arrangiava con saltuari lavoretti, tutti al nero. Si tirava a campare. Stentatamente.

Seguì lo sfratto dall’abitazione. Per cinque anni, ci accampammo nei fatiscenti locali dell’ex distilleria. Una convivenza difficile con altre venti famiglie. Esigenze diverse, litigi, chiasso giorno e notte, spaccio della droga sotto occhi innocenti. In una tremenda alba, fecero irruzione le forze dell’ordine. Dormivamo. Uno scompiglio generale. Urla, pianti, parolacce. Mia sorella Claudia rimase talmente traumatizzata che una psicologa continua a seguirla. Il mio caro paparino finì in prigione, a Trani, per sei lunghi giorni, assieme ad altri sfollati. Con truffatori, rapinatori, assassini! Singhiozzavo la notte, marinai la scuola e… vi rimisi piede solo quando riabbracciai mio padre.

Ora, una parte della famiglia vive nell’angusta dimora, priva di energia elettrica, della nonna materna che mette a disposizione la sua misera pensioncina di cinquecento euro. Mio padre per giorni ha dormicchiato lungo i binari della ferrovia. Quando lo venni a sapere, piansi sconsolatamente, poi mi feci coraggio ed esplosi: Papà, se vai ancora a dormire alla stazione, non ti riconosco più come padre”. Pausa, poi riprende: “Mi abbracciò. Piangemmo insieme. Il Cielo venne in soccorso e… piovve, provvidenziale, una stamberga priva di acqua ed elettricità”.

“Le chiese di San Benedetto, Filippo, Nicola, Paolo e l’associazione Alma”, subentra Angela, “ci forniscono saltuariamente pasta, latte, zucchero, biscotti, barattoli di pomodori. Il pane? Neanche l’ombra. La fame si fa sentire”. Non reggi più. Scarmigli i capelli della piccola e ringrazi della sofferta conversazione elargita a cuore aperto.

Uscendo dal bar, rimugini: “Ah! se noi cittadini avessimo preteso l’applicazione della Costituzione! Quotidianamente. Oggi la gente, fragile ed indifesa, non vivrebbe stentatamente, sotto perenne ricatto di padrini e padroni di ogni risma”.


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Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.