
L’epopea di Cinderella Man, il campione del mondo dei pesi massimi
“Fiammetta, riempi quel bicchiere, oggi c’è da festeggiare!” L’entusiasmo di quella giornata in Val di Greve aveva coinvolto soprattutto lui, Pier Andrea di Bernardo, ricco latifondista fiorentino che, intorno al 1485, o giù di lì, invitava sua moglie, Fiammetta Cappelli, ad approvvigionare di vino l’intero banchetto. Il Chianti, si sa, fa solitamente da fucina agli eventi più importanti, ma il baccanale di quella sera aveva uno scopo ben preciso: celebrare, nel miglior modo possibile, il battesimo del primogenito di Pier e Fiammetta, Giovanni da Verrazzano.
Già, da Verrazzano. Verrà ricordato così, per quel nome dall’incerta etimologia, che provenisse da lì ci sono pochi dubbi. Nessuna perplessità, invece, sull’evidente riscontro che Giovanni appartenesse al Mondo. Abbandonata la cospicua eredità di famiglia, infatti, egli decide di intraprendere l’avventurosa carriera di esploratore, gli interessano le Americhe, è Vespucci il modello da seguire. Non è un caso che sia stato dedicato proprio a lui uno dei ponti più famosi di New York, il più lungo fino al 1981, un segmento di cemento che unisce Staten Island e Brooklyn, affacciandosi sulla foce del fiume Hudson che Giovanni da Verrazzano raggiunse nel XVI secolo.
A quel ponte, metafora di obiettivi da perseguire e traguardi da tagliare, ci lavorò, molto tempo dopo, un tizio di nome James Walter Braddock.
Braddock di professione era uno stimato scaricatore di porto. Sì, avete capito bene, le sue mani possenti diventavano indispensabili quando l’onere della bisaccia curvava le ingobbite spalle dei pescatori. Le sue erano mani di un indefesso stacanovista, di un padre di famiglia che cercava, con tutto se stesso, di trascinare la consorte, Mae, e i figli, Jay, Howard e Rosemarie, fuori dalla devastazione del 1929, la grande depressione che distrusse i sogni degli Stati Uniti.
Beh, di sogni Braddock ne aveva a bizzeffe, la vita è dura se nel piatto hai briciole e miseria. Su andiamo, nei quartieri malfamati le scazzottate sono all’ordine del giorno e, se c’era da farsi rispettare, Braddock non si tirava certo indietro. Si accorse di lui un tale Joe Gould. Sarebbe diventato suo manager.
Braddock capì, allora, di essere nato per fare il pugile. La stampa lo tampinava di attenzioni, fu il famoso giornalista Damon Runyon (bravo a trattare temi scottanti, come un’esecuzione sulla sedia elettrica di Sing Sing) a ribattezzarlo “Cinderella Man”, l’uomo cenerentola che dalle ceneri rinasce più forte e combattivo che mai. Ma di nietzschiano Braddock aveva molto altro. Integerrimo patriota (avrebbe prestato servizio militare sull’isola di Saipan durante la Seconda Guerra Mondiale) incarnava un Superuomo imbattibile nella lotta di classe, l’esempio da emulare, la figura del ghetto che avrebbe, finalmente, distrutto le barriere della povertà.
Il 13 giugno 1935, James Braddock sconfisse, ai punti e per decisione unanime, Max Baer, laureandosi Campione del Mondo dei pesi massimi. Ce l’aveva fatta, aveva costruito il suo personalissimo ponte verso la Storia.
L’indomani portò tutta la sua famiglia a cena fuori e, sollevando le sue nocche ancora imbrattate di sangue, fece un cenno al cameriere:
“Maitre, riempia quel bicchiere, oggi c’è da festeggiare!“
























