A proposito del “Secentismo”

Ognuno di noi ha il momento disarmonico che noi stessi, nell’altro, chiamiamo “stranezza”.

La cosa più strana, però, è: che chi è strano, la maggior parte di noi, nemmeno se ne accorge di esserlo. Questo per un motivo auto-immaginifico che suscita “immagini” di sé e cerca di sottoporle all’altro consigliandogli di accettarle o, ancora peggio, costringendolo alla sua “strana” ortodossia. Le nostre stranezze assumono fattezze che vanno dal ridicolo al tragico.

Si chiama “Secentismo” il secolo delle stranezze, con gli addomesticati italiani, ridotti a servi (diceva Aristofane che, quando gli uomini diventano servi, Giove gli toglie la metà del senno). Oggi come oggi, non ne abbiamo recuperato per nulla anzi, a causa della nostra tendenza a dire sì, sembra che la nostra capacità di intendere si sia ridotta ulteriormente.

Un “sì” e un “no”, mano nella mano. Sono due opposti che si parlano. Si tengono per mano per comunicarsi, attraverso una stretta (impulso al cervello) secondo l’opportunità o lo svantaggio. Lo stesso come fanno soprano e tenore per bilanciare e dare pari tempo ai loro vocalizzi sulla scena: è la leggera stretta delle loro mani che decide la lunghezza della nota.

Allorquando un “no” oppure un “sì” diventano assoluti e ognuno delle due parti in gioco (trattativa) ne detiene l’opposto: si resta fermi e impantanati e non si va da nessuna parte…

Questo significa mantenere le proprie posizioni, le proprie idee: essere intransigenti insomma.

Con un sì incondizionato, oppure estorto, o con l’intento di ricavarne benefici immeritati v’è il rischio di cadere in sottomissione e perdita di dominio. Si potrà finire in una forma di cortigianeria, di servilismo se il “sì” dissennato ha lasciato la mano del “no” ragionevole, poiché verrà a mancare quel “contatto” per dare impulso alla ragione ad indicare la via maestra…

C’è stato un periodo in cui la politica da una parte e la religione dall’altra, avevano quasi azzerato la “ragione” dei singoli, sostituendola col loro pensiero di autorità e dominio. Man mano che la “stranezza” assumeva il volto autoritario, il gesuita, con le sue scomuniche, faceva il resto, senza apparire prevaricatore. Metteva in condizione una persona timorosa che, per paura di finire all’inferno dopo morto, a malincuore, accettava quello che gli veniva offerto, da vivo, sulla Terra.

Però bisogna si guardi l’altra faccia della stessa medaglia, dove risalta, l’arte. Era appunto nelle arti figurative, spregiudicate e inaspettate nelle fattezze formali, a porre l’accento antitetico, quasi di rivalsa nei confronti del potere. Una forma di “ribellione” che si libera nei pazienti per scuotersi di qualcosa di opprimente, la malattia appunto, scatenando il pensiero in un “Fai da te”. I sofisti greci sostennero il torto e il diritto facendo della ragione un gioco di parole illusorie. Ma veniamo al secentismo.

Il Bartoli, nel suo libro “L’uomo in punto di morte”, in cui sostiene che: una bella figura esteriore di un messaggero, rende già al “Palazzo” un buon messaggio, la dice lunga sul conto dell’esteriorità, sia della persona, sia dell’opera d’arte. Oggi non avremmo avuto sì tante bellezze: pitture, scritti, architetture, mosaici, sculture, che hanno riempito musei nazionali e internazionali, senza parlare degli scantinati zeppi di opere d’arte che non trovano posto, per esporle al pubblico.

La Compagnia di Gesù fondata da Ignazio di Loyola, i cosiddetti Gesuiti, la Chiesa tutta, hanno concorso ad arricchire un patrimonio che ci invidiano e, allo stesso tempo ammirano, in tutto il mondo.

Tutto ciò non è costato tanto in termini di soldi quanto, di sangue e sudore, di umiliazioni e “servilismo” appunto, da parte di un potere politico-clericale del tempo, sopra citato. Il Bartoli stesso fu tenuto inchiodato al servizio della Chiesa, per mettere in ordine le montagne di carte (documenti) che le pervenivano, mentre lui avrebbe voluto varcare gli oceani per predicare Cristo…ma questa è un’altra storia…


Fontehttps://pixabay.com/it/photos/vienna-biblioteca-nazionale-1652804/
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.