
L’abito non farà il monaco ma, di certo, fa il comico. E Dino Paradiso, volto noto di programmi come ‘Tu si que vales’ o ‘Made in Sud’, nelle vesti di lucano orgoglioso ci sta benissimo. La sua arte si rivolge al pubblico tornando orizzontalmente a Dio, è la logica del destino che trova il suo senso nella contrapposizione.
Dino Paradiso torna nella sua Matera con uno spettacolo speciale: quattro date esclusive, dal 13 al 16 maggio, all’Auditorium Comunale “R. Gervasio”. Un ritorno a casa che si trasforma in un evento unico per il pubblico materano.
“Arpiamoci e partite” è un viaggio affascinante e divertente che capovolge l’idea comune secondo cui la Basilicata (ma in genere, il sud), sarebbe un ostacolo per chi desidera emergere. Con un mix di comicità e musica, Dino Paradiso e Daniela Ippolito, l’arpista ribattezzata “Artipista”, ci portano a scoprire storie di ingegno e creatività lucana risalenti all’800.
Attraverso aneddoti storici e un pizzico di ironia, i due artisti raccontano la vicenda dei viggianesi che, armati della loro arpa, partivano per le capitali europee, dimostrando che la Basilicata non è mai stata un limite, ma un trampolino di lancio per il talento. E non mancherà la sorpresa della “madre delle rivelazioni”: scopriremo l’ispirazione dietro la storia di Remì, legata ai bambini viggianesi che accompagnavano i genitori nelle loro avventure musicali.
A spiegarci la genesi, propria e dello show, è lo stesso Dino.
Ciao, Dino. Quando e perché hai deciso di fare il comico?
È stata una necessità la mia. Fino alla laurea ho sempre lavorato d’estate e dopo essermi laureato ho vinto una sorta di “concorso” e sono diventato un consulente di un GAL. Ci occupavano, attraverso la progettazione, di impiegare sul “territorio locale”, finanziamenti che l’Europa assegnava e di cui indicava le finalità. Dopo due anni alla scadenza del contratto, ero sposato e padre di mio figlio che aveva un anno, sono rimasto senza lavoro. Allora ho deciso di puntare su me stesso e provare a capire in un tempo breve, se quella del comico poteva essere una soluzione, non tanto per riempire le mie tasche vuote ma soprattutto per riempire la mia vita. Quindi se dovessi sintetizzare direi che ho scelto di fare il comico perché siccome nessuno lo riteneva un lavoro non potevo nemmeno perderlo e manco tornare ad essere disoccupato. E di disoccupati ne conosco tanti. Un mio amico è talmente disoccupato che si è messo a fumare solo per provare che significa essere dipendente. Quindi il “quando” ho deciso di fare il comico è chiaro il “perché” è che non volevo iniziare a fumare.
Quanto può essere complicato portare la comicità nella vita di tutti i giorni?
In realtà, la comicità è già nella vita di tutti i giorni non la porta il comico: il comico ha solo il compito di svelarla. Il comico osserva la stessa realtà che osservano tutti gli altri ma a differenza di loro egli sa cogliere gli aspetti più grotteschi che caratterizzano e rappresentano la natura umana fin dalla notte dei tempi. La vera complicazione, se ne dovessi indicare una, è accettare questo ruolo all’interno della società e rappresentarlo tenendo presente la responsabilità e la natura educativa e intellettuale che il comico deve necessariamente onorare attraverso la sua scrittura. È la scrittura infatti la caratteristica principale e la condicio sine qua non che permette la comicità, o meglio, che permette ad un essere umano di diventare comico e dunque di utilizzare la comicità come linguaggio. Ogni comico deve, infatti, essere autore dei suoi testi, non c’è altra soluzione. Non esiste una cover dei comici. La comicità è una sorta di sublimazione del concetto artistico. E’ come se ogni forma d’arte fosse un corso di laurea, la comicità fosse un master che va bene per ognuno di loro e che aumenta la conoscenza di ognuna di loro poiché le contiene tutte e forse le genera. Il cinema non può contenere il teatro poiché le sue regole sono assolutamente diverse, ma anche il teatro non può contenere il cinema. La musica anche non può contenere il cinema o il teatro ma può essere contenuta da loro. Dunque ognuna di queste forme di arte non è in grado di contenerle tutte. L’unica che invece può contenerle tutte è la comicità: un comico, proprio perché tale, può recitare in un film, può recitare in un’opera teatrale, può anche essere un musicista, ma un attore di cinema o di teatro oppure un musicista non può diventare comico solo perché è attore o musicista. Detto questo, però, non sono affatto d’accordo e neanche tanto contento che molti comici oggi sfruttino la loro posizione privilegiata di comici per invadere i campi altrui soprattutto quello del cinema. Il passaporto che la comicità dà a noi comici di poter viaggiare fuori dai nostri confini ed entrare in uno spazio artistico “diverso”, non significa che basta solo il passaporto per diventare cittadini di quello spazio. La lingua, i tempi, i modi, le strutture del linguaggio di ogni forma d’arte hanno bisogno di studio e disciplina e quindi di tempo. Nessuno, nemmeno il comico può sottrarsi a questo. Io spero che il mio impegno, il mio studio e la mia disciplina mi bastino almeno per raggiungere un livello soddisfacente nella comicità della quale sono un rappresentante e difensore.
A livello antropologico ed introspettivo, in che modo la lucanità ha influito e condizionato la tua arte?
Avendo, purtroppo, in questo momento la connessione debole e dunque non potendo andare su Google per ricercare il significato di ” antropologico” e “introspettivo”, cercherò di rispondere usando la intuizione e la immaginazione e scusandomi, nel caso, dovessi uscire fuori traccia. La Basilicata è una regione a cui nessuno pensa e su cui nessuno pensa di pensare. La Basilicata è una terra che non ha mai assunto il carattere della ovvietà. Per il vocabolario ovvio e ciò che è di facile intuizione ciò che è facile da immaginare e vale tanto per la realtà quanto per il suo contrario. Dunque, fosse pure una invenzione fantasiosa, per quanto non esista è ovvio che con la bacchetta magica Harry Potter fa le magie, così come è ovvio che i pugliesi sono gli abitanti della Puglia o i calabresi della Calabria, ma gli abitanti della Basilicata chi sono? I Lucani che non è ovvio ma è vero.
In Basilicata tutto quello che accade, tutto ciò che è realmente accaduto, generandosi in un contesto unico regolato dal criterio della non ovvietà, e dunque della unicità, ha bisogno per essere creduto (ma chi non lo fa sbaglia poiché è accaduto davvero) di chi accetta e non cerca spiegazioni che tra l’aLltro neanche la scienza ha in suo possesso.
Ma se parliamo del folletto cosiddetto ‘Munachicchio’ che fa le trecce ai cavalli, allora potete anche rimanere scettici sulla sua esistenza ma se rimanete scettici anche su questo episodio che vi sto per raccontare allora la mia teoria è giusta: quando Matera è stata designata capitale europea della cultura la Rai ha deciso che questo grandissimo risultato dovesse essere celebrato con il Capodanno Rai in piazza a Matera, in Eurovisione, per tutti e quattro gli anni del periodo suddetto. Beh, non ci crederete ma alla fine del primo Capodanno Rai con uno share altissimo di telespettatori e ospiti di tutto rispetto, in Eurovisione, il conto alla rovescia è partito un minuto prima per cui da allora Matera è l’unica città che ha un minuto di fuso orario in più con il resto del mondo e dunque se l’anno successivo il Capodanno si fosse festeggiato di nuovo a Matera sarebbe dovuto partire un minuto dopo…e quindi? Come si fa? Einstein diceva che la immaginazione è più potente della conoscenza e questa terra la puoi solo immaginare poiché si svela solo a chi crede e quindi? E quindi nella convinzione che stappare lo spumante un minuto dopo sarebbe risultato oltre che errato anche poco originale rispetto all’anno prima, la Rai ha deciso di festeggiare la vittoria di Matera a capitale europea della cultura, a Potenza, dove evidentemente era ancora il meridiano di Greenwich il riferimento internazionale per i fusi orari. Sono riuscito a dimostrare la non ovvietà della mia amata regione Basilicata? Nel frattempo la connessione è migliorata. Se mi dai un attimo che leggo cosa è la antropologia e la introspezione. Ok fatto. Miky, mi rivolgo a te che hai scritto le domande e te ne faccio una io ma prima,anche per aiutare i lettori nella comprensione, copio e incollo: “L’introspezione è l’osservazione diretta e l’analisi dei propri stati mentali, emozioni, pensieri e ricordi. È un processo di “guardare dentro” che favorisce una maggiore autoconoscenza, intelligenza emotiva e resilienza. Spesso usata in psicoterapia, aiuta a comprendere il proprio mondo interno, migliorando il benessere e le relazioni.”
E ora la mia domanda a te: “Miky, sei sicuro che va tutto bene?”.
Vabbé allora per completare la mia risposta continuo ad usare l’unica cosa che ho, poiché sono lucano e dunque nella terra dove l’immaginazione serve a spiegare e a credere nella realtà, userò quella per rispondere.
La scienza della Antropologia in Basilicata ha scoperto una sorta di Terra promessa e con Ernesto De Martino nel famosissimo “SUD E MAGIA” (1959) trova la sua Bibbia.
La mia idea è che come tutte le scienze anche la antropologia l’ha cercata la Basilicata ma non l’ha trovata. Perché La Basilicata si svela solo a chi ci crede. Ad esempio, quando de Martino studia il fenomeno della magia, la cataloga in una definizione e ne indica i fattori scatenanti e dice: “nasce come soluzione a una drammatica crisi mentale di fronte a eventi inaspettati ecc…”. Ciò significa che de Martino ha definito secondo il suo punto di vista il fenomeno della magia utilizzando terminologie di carattere scientifico e riferite solamente al suo campo, per cui un astrofisico non sarebbe d’accordo, utilizzando dunque la razionalità della scienza antropologica per definire un fenomeno che con il razionale non ha nulla da spartire. Inoltre è evidente che De Martino non creda alla magia ma i Lucani si. E, quindi, non credendo, De Martino ha cercato la Basilicata ma non l’ha trovata, perché La Basilicata si svela solo a chi ci crede. Io sto tentando di cercare di capire che cosa significa essere Lucano ma per fare questo non utilizzo nessun criterio scientifico, non ho l’esigenza di catalogare in una definizione la mia regione, anzi. Tutto il mio lavoro intellettuale di ricerca di studio e di scrittura tenta di raccontare quella Basilicata che io vedo ma mai avere la pretesa di spiegarla. Io vorrei che i Lucani in primis credessero nella Basilicata poiché essa si svela solo a chi ci crede poiché da questa condizione dipende il destino di questa terra perché sono le persone che fanno i luoghi e non i luoghi che fanno le persone.
Sulla introspezione Miky, credimi, non so proprio come fare e non usero’ la scorciatoia di ChatGPT, perché se De Martino sbagliando non crede alla magia figuriamoci se io credo nella intelligenza artificiale.
Che differenza c’è fra l’esibizione negli show televisivi e l’impatto sociologico del palcoscenico teatrale?
Allora una prima differenza sta nei tempi. Quello televisivo è un tempo moderno veloce che obbliga l’esibizione comica a piegarsi alle regole dello showbiz. Made in Sud nel 2013 e Colorado nel 2015 e 2016 mi hanno insegnato che nei primi venti secondi chi a casa ha il telecomando in mano decide se rimanere o cambiare canale. Questo mutamento genetico ha prodotto il cosiddetto tormentone, cioè quella frase che il comico pronuncia all’inizio della sua esibizione e che in un certo senso lo contraddistingue da quel momento in poi. Per esempio se io dovessi citarne uno di Gabriele Cirilli vi direi: “Chi è Tatiana? Chi è Tatiana?, Tatiana e l’amica mia quella grassa, eccetera eccetera “. La maggior parte di voi ricorda questo tormentone ma molto probabilmente non ricorda neanche un minuto delle esibizioni che Gabriele Cirilli per quindici anni ha portato sul palco di Zelig. Quindi una prima differenza tra la televisione e il teatro è il tempo della esibizione. Una seconda differenza è la presenza del pubblico. Il pubblico della televisione, seppur presente, non è come il pubblico del teatro. Solitamente i programmi televisivi sono registrati e quindi durante le registrazioni l’esibizione viene interrotta viene ripetuta e il pubblico è spettatore quasi di ciò che accade nel backstage. Il pubblico del teatro, invece, per quanto non possa interagire
con l’attore sul palco, però assiste senza possibilità di interruzione o di ripetizione alla interpretazione e alla messa in scena che quell’attore sta portando sul palco.
Detto questo è obbligatorio che io sottolinei che i tempi e il pubblico del cabaret siano assolutamente diversi tanto da quelli del teatro quanto da quelli della televisione. Nel cabaret non c’è quella che viene definita dal teatro “la quarta parete” cioè una quarta parete immaginaria che divide l’attore dal pubblico e che non permette al pubblico di intervenire. Nel cabaret questa distanza non esiste e il pubblico è una parte fondamentale della esibizione. Il cabarettista non può non considerare il suo pubblico senza il quale non potrebbe nemmeno esibirsi e, qualora il pubblico intervenga perché ne ha facoltà, il cabarettista dovrà rispondere alla provocazione del pubblico tenendo sempre presente che non deve mai offendere il pubblico e dimostrare che in quel momento è lui il maschio Alfa. Ogni volta che il pubblico interviene è come se tentasse di invadere lo spazio scenico e quindi se il cabarettista non riuscisse a difendere quello spazio soccomberebbe. Ecco perché il cabaret rappresenta idealmente la società in cui il pubblico ha lo stesso potere e la stessa libertà del cabarettista ma quest’ultimo deve utilizzare il suo osservatorio privilegiato per consentire al pubblico di osservare la realtà da un altro punto di vista, attuando una vera e propria funzione educativa. Il cabarettista è l’ultimo del pubblico, è quello che ha sofferto più di tutti, che conosce la privazione e che non utilizzerebbe mai il palco per offendere e mai si mostrerebbe superiore, saccente, privilegiato poiché umilierebbe non solo chi tra il pubblico subisce nella propria vita reale quelle privazioni ma l’Arte stessa che lui pensa di rappresentare.
”Arpiamoci e partite” è molto più di uno spettacolo, è la summa della difficoltà di emergere qui al Sud. Cosa puoi dirci del tuo ultimo lavoro?
Accetto la tua provocazione e faccio notare che “ARPIAMOCI E PARTITE” non è la somma delle difficoltà di emergere qui a sud ma, al contrario, vuole evidenziare le opportunità che ci sono e che non si riferiscono solamente al Sud. ARPIAMOCI E PARTITE è la storia vera di alcuni suonatori di arpa di Viggiano, un paese della Basilicata, che nella prima metà del 1800 hanno deciso di sostituire la zappa poiché erano agricoltori con l’arpa, uno degli strumenti più difficili che esistano.
Non solo l’hanno costruita, per cui l’arpa di Viggiano è ancora oggi uno strumento unico al mondo poiché i materiali del posto con i quali è composta le conferiscono un timbro unico, ma poi hanno imparato a suonarla e poi sono andati in giro per l’Europa diventando suonatori di arpa e portando con sé i propri figli maschi, quindi la storia di dolce Remì è ispirata ad un bimbo di Viggiano. Questo esempio, che come vedete ha dell’incredibile che nulla ha di ovvio e che quindi è accaduto in Basilicata, è solamente uno di quelli che io utilizzo nei miei spettacoli per dimostrare che questa terra, la mia terra, la Basilicata, in tempi molto più difficili e complicati di quelli che viviamo noi, non ha impedito ai propri figli di raggiungere dei risultati straordinari e forse proprio perchè Lucani ci sono riusciti. Quindi, per tornare alla domanda, non solo io non metto mai in evidenza le difficoltà di emergere al sud ma sono proprio convinto che esistano due preconcetti sbagliati e letali: uno il concetto di Sud e l’altro è la attenzione che noi rivolgiamo alla difficoltà e non alla opportunità.
Il concetto di Sud, un po’ come quello di bianco o nero come quello di alto e basso, insomma un po’ come tutti i contrari, è una invenzione dell’uomo per creare un paragone e spesso per utilizzare questo paragone per giustificare la propria individuale posizione. Se non avessimo inventato il concetto di sottosviluppo per esempio non avremmo potuto avere la scusa per colonizzare i popoli dell’Africa che noi abbiamo definito sotto sviluppati a loro insaputa, per giustificare il nostro concetto di sviluppo. Se non avessimo inventato il concetto di odio non avremmo potuto differenziarlo con il suo opposto cioè l’amore e, se dovessimo seguire questo schema, chi tradisce in realtà ama poiché il tradimento è il contrario della fedeltà non dell’amore per cui uno che tradisce potrebbe dire comunque alla propria moglie ‘Io ti amo e avere ragione da un punto di vista logico concettuale’. Il matrimonio è una promessa che i due amanti si fanno per la quale, uno giura all’altro di amarlo per tutta la vita. Ovviamente il bisogno dell’uomo di superare il limite egoistico ha portato poi all’istituto del divorzio che, difatti, nega esattamente quella eternità giurata poco prima con il matrimonio, svilendo non solo il concetto di amore ma rendendo, praticamente, il matrimonio la prima causa di divorzio. Il concetto di sud è altrettanto pericoloso e fuorviante. Voi pensate che i milioni di turisti che arrivano a Matera da tutto il mondo, dall’America, dal Giappone, dalla Cina, quando prenotano un viaggio lunghissimo pensino di andare in un paese che sta nel sud del mondo? Voi pensate veramente che chi scappa dall’Africa perché è costretto dalle circostanze e sogna di approdare in Italia pensi che quella parte d’Italia che rappresenta per lui l’unica speranza sia il sud? Io credo che dovremmo un attimino cercare di superare questa riserva concettuale nella quale ci siamo protetti e andare oltre quello steccato e dunque metterci un po’ in discussione con noi stessi, scommettere e assumere la responsabilità di chi, vivendo quei luoghi, è esattamente la causa di quello che non c’è e naturalmente la soluzione a quella mancanza. Lo ripeto, io utilizzo La Basilicata come chiave d’accesso per ragionare in realtà su una visione senza confini e non geolocalizzata. Per me sono le persone che fanno i luoghi e non i luoghi che fanno le persone e in questo spettacolo io mi rivolgo in primis ai Lucani ma a chiunque venga a onorarmi con la sua presenza.
In questo mio ultimo lavoro che andrà in scena dal 13 al 16 di maggio nell’auditorium del conservatorio di Matera, con me, sul palco, c’è una grandissima artista che è Daniela Ippolito. È una delle pochissime al mondo a suonare l’arpa di Viggiano, ed è l’unica tra queste a cantare. Lo spettacolo è molto divertente, e ovviamente altrimenti io che cosa ci sto a fare, ed è anche molto interessante da un punto di vista della riflessione, inoltre la magia dell’Arpa di Viggiano e della voce di Daniela Ippolito che apre lo spettacolo con Redemption Song di Bob Marley suonata all’arpa, porta in scena il mio stupore ogni qualvolta saliamo sul palco poiché la magia che esiste davvero e alla quale io credo non è necessariamente quella che deve essere preceduta dalla formula magica ma è quella che va in scena ogni qualvolta gli essere umani si incontrano e, privi di qualsiasi malignità ed egoismo, utilizzano quello spazio per rinsaldare il loro legame e tornare a casa più ricchi di quando sono entrati, perché il prezzo del biglietto non vale il prezzo del futuro della terra che loro vivono ovunque essi siano nati.
GRAZIE di questa opportunità che avete concesso ad un artista Lucano che tenta con la sua arte di comprendere la bellezza del mondo che viviamo e della cui salvaguardia siamo responsabili, poiché dobbiamo restituirlo ai nostri figli, ricordando sempre che siamo solo uomini e che la nostra intelligenza non può bastare a comprendere, poiché come diceva Virgilio a Dante nel Purgatorio:
“State contenti, umana gente, al quia che’, se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria“.
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