
IL RISCHIO INVISIBILE DEL MALTRATTAMENTO QUOTIDIANO
Nelle Residenze Sanitarie Assistenziali italiane, in particolare in quelle che accolgono persone affette da demenza, il tema del maltrattamento richiede oggi uno sguardo più ampio e meno semplificato rispetto a quello offerto dalla cronaca. È necessario superare l’idea che l’abuso coincida esclusivamente con episodi estremi di violenza fisica o verbale, per riconoscere una gamma molto più vasta e quotidiana di comportamenti potenzialmente dannosi, spesso invisibili e normalizzati all’interno delle pratiche di lavoro. Il maltrattamento può emergere anche in assenza di intenzionalità, in altre parole, non è necessario che vi sia una volontà esplicita di nuocere: è sufficiente che l’organizzazione del lavoro, i carichi assistenziali e la rigidità delle procedure producano condizioni in cui la qualità della cura si riduce progressivamente. Infatti, il rischio di abuso è spesso incorporato nelle routine quotidiane, rese automatiche e poco riflettute.
Un esempio concreto riguarda la somministrazione dei farmaci. In una RSA con carenza di personale, un operatore può trovarsi a gestire contemporaneamente molti ospiti, con tempi stretti e procedure standardizzate. In queste condizioni, una dimenticanza nella somministrazione di un farmaco non è necessariamente il risultato di negligenza individuale, ma può derivare da un sistema organizzativo che non consente un controllo adeguato. Tuttavia, le conseguenze per l’anziano possono essere gravi con peggioramento delle condizioni di salute e aumento del rischio di ospedalizzazione. Un altro ambito critico è quello dell’alimentazione. Le linee guida e le ricerche evidenziano come la scarsa cura nella somministrazione del cibo rappresenti una forma frequente di maltrattamento passivo. Si pensi a un ospite con demenza che necessita di tempo, attenzione e stimoli per alimentarsi, in un contesto in cui i pasti devono essere consumati rapidamente per rispettare i turni, l’operatore può limitarsi a “somministrare” il cibo senza verificare se la persona riesce effettivamente a mangiare. Il risultato può essere una malnutrizione progressiva, spesso non immediatamente visibile ma altamente dannosa nel lungo periodo. Ancora più delicata è la questione dell’idratazione. La resistenza a somministrare liquidi, o la semplice mancanza di tempo per incoraggiare l’assunzione di acqua, è un fenomeno frequente. Un anziano con decadimento cognitivo può non percepire lo stimolo della sete o può rifiutare di bere; senza un intervento attivo e paziente da parte degli operatori, il rischio di disidratazione diventa elevato. Anche in questo caso, non si tratta di un atto violento nel senso tradizionale, ma di una omissione che può compromettere seriamente la salute.
Le pratiche quotidiane nelle RSA includono anche situazioni più sottili ma altrettanto significative. Ad esempio, lasciare un ospite troppo a lungo nel letto per facilitare l’organizzazione del lavoro, oppure a girare avanti indietro legati a un presidio per la deambulazione, ridurre le interazioni al minimo indispensabile, o ignorare segnali di disagio perché considerati “normali” nella demenza. In una struttura dove il tempo è scandito da procedure rigide, la persona rischia di essere trattata come un insieme di bisogni da soddisfare rapidamente, piuttosto che come individuo con una storia, emozioni e diritti.
Quando certe pratiche diventano abituali, smettono di essere percepite come problematiche. Il rischio maggiore non è tanto l’errore occasionale, quanto la sua ripetizione silenziosa e sistematica. È in questo senso che il maltrattamento si allontana dall’immagine stereotipata della violenza evidente e si radica nella quotidianità. Un esempio emblematico riguarda la gestione dei comportamenti difficili nelle persone con demenza. Di fronte a un paziente agitato o aggressivo, un operatore non adeguatamente formato può reagire con distacco, irritazione o con l’uso improprio di farmaci sedativi per “tranquillizzare” la situazione. In assenza di un approccio centrato sulla persona, il comportamento viene interpretato come un problema da eliminare, piuttosto che come un segnale di disagio da comprendere. Questo può portare a forme di contenzione, fisica o farmacologica, che limitano la libertà e la dignità dell’anziano.
Davanti ai piccoli maltrattamenti quotidiani, è fondamentale sottolineano il ruolo determinante dell’organizzazione del lavoro. Turni pesanti, carenza di personale, mancanza di formazione continua e scarso supporto psicologico agli operatori contribuiscono a creare un contesto in cui il rischio di maltrattamento aumenta. L’operatore, sottoposto a stress e pressione, può sviluppare strategie difensive che riducono il coinvolgimento emotivo e la qualità della relazione di cura.























