Regista e musicista, Michele Pastrello passa al setaccio le emozioni espressive dell’essere umano con accorato distacco ed intriso coinvolgimento, partendo ab imis, dall’origine del tutto, le fondamenta sentimentali che bucano lo schermo, confronto diretto di note forti ma, al tempo stesso, appena accennate, fotografie quotidiane di immagini eterne

Secondo quale criterio hai selezionato le 45 persone protagoniste del tuo progetto fotografico musicale “Origine”?

In verità non c’è stato alcun criterio e ciò è stata una scelta di principio. Non ho fatto una selezione: ho fatto un annuncio e – tranne qualche conoscente – chi arrivava era automaticamente “arruolato”. Sarebbe stato in contraddizione con la logica naturale del video – cioè raccontare in modo neutro l’umanità attraverso lo sguardo – se avessi messo delle regole “tu sì, tu no”. Ho filmato, anzi, più persone del dovuto ed alcune purtroppo ho dovuto escluderle. Ma per il resto posso dire di non aver fatto un casting, anzi un de-casting: cioè, se eri disponibile, eri dentro. Voglio dire che le persone che sono dentro Origine sono le persone che il destino ha voluto ci fossero, senza alcuna forzatura stilistica.

La prima parte del videoclip è dedicata alle donne e la seconda, interamente, agli uomini. Da regista, hai trovato differenze nell’immortalare i loro sguardi?

Nessuna particolare differenza sai. Posso solo dire che le donne hanno risposto in un numero più corposo alla partecipazione al video, tanto che a molte ho dovuto dire di no ad un certo punto. E posso aggiungere che, nella mia esperienza, l’approccio alla telecamera del mondo femminile è più incuriosito rispetto a quello maschile. Lo vedono come una sfida per loro stesse, con curiosità, con voglia di (auto)esplorazione. Il mondo maschile, in genere, è un po’ più refrattario alla dimensione emotiva.

“Eri tanto cattivo e io buono con te”. In questo verso del brano può esserci la perdita di quell’innocenza che l’immagine fetale finale suggerisce?

Questo verso è un momento cardine del brano. Il brano lo puoi vedere come un dialogo con uno specchio, cioè con sé stessi. Origine parla dell’essere umano e di tutti quei meccanismi interiori che ogni essere umano ha sviluppato nella sua infanzia per difendersi, in qualche modo, da un qualcosa di traumatico. Non si deve pensare necessariamente a traumi plateali, ma anche a microtraumi psicologici. Questi meccanismi interiori – un tempo in noi necessari – raffigurati nella canzone come uno Specchio, nel tempo sono cresciuti dentro noi diventando un limite paralizzante per la nostra evoluzione: cioè leggiamo gli eventi attuali con i ricordi emotivi di un tempo. Quanto prima ne prendiamo atto, tanto più abbiamo delle armi per rapportarci alla vita con occhi differenti. È una canzone, in sostanza, analizza il “da dove arriviamo” e le conseguenze del “chi non ci ha capito”.

Diceva lo psicologo James Hillman, nella sua teoria della ghianda: «Credere nella nostra natura vuol dire restituirci la percezione del nostro destino, recuperare il senso della nostra vocazione, rivolgersi alla sensazione che esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano. Se, invece, accetto l’idea di essere effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato e tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima».

Nel tuo album “L’Anima fa rumore” è l’amore ad indicare la via per l’evoluzione della condizione umana?

L’album L’anima fa rumore, che uscirà il 7 dicembre, è composto da 15 tracce (prodotte e mixate da Piero Lorenzetto), suddivise in tre atti: L’umanità, L’amore e La Via. Mi sembrava una sintesi idonea ad un progetto musicale (e video) che lega la dimensione umana con quella astrale. Infatti, tranne le canzoni cantate, tutte le altre – che esplorano più generi, dall’ambient alla indietronica – decantano le costellazioni (da cui il titolo dei brani solamente strumentali). L’amore è materia semplice ed impalpabile, come però al contempo però spesso strumentalizzata. Parlare d’amore è facile, agire amorevolmente nella vita reale è tutta altra storia. Premesso ciò, sì, l’amore è la via. Ma prima di incamminarci altrove, dobbiamo percorrerla dentro noi.