
Greta, Manuel e …il principio di Archimede
La bella lettera a Greta scritta da Domenico Dalba e pubblicata da Odysseo ieri, giovedì 14 marzo, ha prodotto un corto circuito immediato nella mia mente: due eventi, in apparenza molto diversi l’uno dall’altro, mi si sono riproposti in perfetta simultaneità. Più che due eventi, due persone. M’è parso, per un attimo, di vedere, l’uno accanto all’altro, due giovanissimi volti, sorridenti d’un sorriso capace di trasfigurare la malinconia, la percezione del male, in una straordinaria forza d’animo, una volontà di lottare con armi che non feriscono, non distruggono, ma, al contrario, accettano d’essere usate solo per proteggere la fragilità, qualsiasi tipo di fragilità, per darle voce, con un linguaggio semplice e immediato, come forse soltanto i giovani, o lalmeno alcuni di loro, sanno ancora fare. I volti di cui parlo sono quelli di Greta, naturalmente, e quello di Manuel Bortuzzo, che ieri sera ha fatto una breve, intensa apparizione nei telegiornali. Intervistato dai giornalisti su come stia vivendo quei cambiamenti drammatici che la violenza di cui è stato vittima hanno introdotto nella sua vita, credo abbia commosso e stupito qualsiasi telespettatore per la calma, la semplicità, la serenità delle parole, e ancor più del sorriso, dello sguardo, del volto. Una forza interiore incredibile la sua, qualcuno potrebbe definirla sovrumana. Ma che cosa ne sappiamo della potenza spirituale che può nascondersi in ognuno di noi? Chi ci dice che quella forza non verrebbe fuori in tanti individui, se solo cominciassero ad ascoltarla?
Manuel, senza dubbio, è uno che ha una gran voglia di vivere: una voglia non disperata, come si usa dire, al contrario, una voglia piena di speranza, piena di fiducia nella guarigione. Ma questa fiducia, per come lui la esprime, non ha nulla d’irrazionale, nulla di miracolistico. Appare, piuttosto, come un confidare, sereno, nelle proprie risorse personali, nei progressi della scienza, nel valore del lavoro fisico e psicologico su se stessi, nel sostegno fornito dagli affetti. Parlando ai giornalisti, Manuel ha fatto un cenno anche alla fede, ma l’ha fatto in modo sobrio, una lieve pennellata finale, come del resto bisognerebbe sempre fare.
Ora qualcuno dei lettori starà pensando: ma cosa c’entra Manuel con Greta, come mai i loro volti ti sono apparsi l’uno accanto all’altro? Credo, non ne sono certa, ma credo di poterlo spiegare così: questi due ragazzi – uno veneto, l’altra svedese, uno maschio, l’altra femmina, entrambi adolescenti o poco più – nella durezza delle contraddizioni del mondo d’oggi, nell’apparente impossibilità di scardinare le ragioni di fondo delle sue infinite crisi, si pongono di fronte alla realtà come una sorta di leva, capace di sollevare qualsiasi peso, capace di compiere quel prodigio della meccanica per cui un elemento materiale infinitamente piccolo, collocato al punto giusto, è in grado di controbilanciare una forza, o un insieme di forze, molto ma molto più potenti. Questa è scienza, questo è Archimede, non è fiaba, non è mito. O per lo meno, non è solo mito, dal momento che i miti, disseminati generosamente anche nelle pagine sacre, ci vengono in soccorso ogni volta che ci sforziamo di dare parola all’indicibile.
Se serve un esempio, torniamo col pensiero a Davide che da solo lotta contro Golia e alla fine lo sconfigge. E pensiamo a tutte le creature piccole e deboli che, non nonostante la propria debolezza, ma proprio in ragione di essa, magari sui tempi lunghi, alla fine escono vincitrici da una lotta palesemente impari. Una delle cause di questa superiorità del debole sul forte è la sua capacità di contagiare gli altri con l’energia che nasce dall’esempio di una esperienza fuori dal comune e tuttavia reale, verificabile, tale da non poter essere liquidata superficialmente come frottola idealistica o menzogna mediatica.
Questa la potenza delle storie, questa la potenza dei volti, dei sorrisi, degli sguardi, che non bucano solo lo schermo, ma bucano, quando ci riescono, l’inerzia delle coscienze. Almeno questo mi sembra giusto sperare, benché dalle vicende di cronaca arrivi spesso, troppo spesso, un messaggio diametralmente opposto, che ci dice che quasi sempre sono i prepotenti e gli ingiusti ad avere la meglio sui buoni. Quelli che hanno la mia età, però, sanno che pessimismo della ragione e ottimismo della volontà devono, per forza di cose, camminare a braccetto. Altrimenti si fanno passi falsi o ci si rifugia nell’inerzia.
Voglio perciò credere che possano fiorire, oltre a quella di venerdì, numerose altre iniziative, frutto della creatività dei giovani stimolata questa volta non da parole d’ordine superficiali, o faziose, o deliranti, ma dai meravigliosi esempi di Greta e di Manuel, diversi eppure simili nella loro sostanza profonda. Credo anche che questo risveglio sia urgente, se si comprende la necessità che il bisogno di giustizia, di pace, di equilibrio tra l’uomo e la natura tornino al cuore della politica: se possibile, riuscendo a declinarsi in un linguaggio più ricco, in cui la capacità d’interrogarsi sul bene comune non venga immediatamente bollata come ridicola manifestazioni di buonismo. Il mio non è solo un auspicio di maggior impegno e coinvolgimento personale da parte dei giovani: è anche, e forse prima di tutto, un invito alla lettura intelligente della realtà e ad una rigorosa pulizia di linguaggio nella comunicazione.
























Grazie di aver fatto riferimento alla lettera a Greta. Il tuo pezzo, molto bello, mi conforta perchè anche tu ravvisi la ssperanza che i giovani possano suonare la sveglia per noi adulti, spesso distratti, assopiti o compiacenti con un sistema socio economico di cui facciamo tutti parte e che sosteniamo anche sulle nostre spalle.
Mi farebbe piacere leggere altre tue riflessioni.
Buona vita
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