Un anniversario che merita una riflessione

L’ anniversario cade in un momento storico che più che celebrarle, le pone al centro di polemiche e strappi istituzionali, con la domanda, sempre più incalzante, che ci porta a chiederci: dove vanno le nostre regioni a Statuto ordinario? Davvero dopo 50 anni si è valicato il confine tra regionalismo e sovranismo regionale?

Dal 1970 le abbiamo viste evolversi sul piano istituzionale e amministrativo, abbiamo accettato quasi inconsciamente che i Presidenti di Giunta diventassero – almeno nel linguaggio dei mass media e nell’opinione pubblica – Governatori, anche se nel nostro ordinamento nessuna norma preveda questo titolo e la nostra Repubblica non sia federale.

Ma non solo. Da espressione di un ceto politico locale, si sono trasformate in vivaio di leadership nazionali e di esponenti di spicco dei principali partiti politici italiani.

Nel 2001 – con la fondamentale Riforma costituzionale del Titolo V, abbiamo visto le loro competenze ampliate, poi, nel momento topico in cui la politica discuteva di Autonomia Differenziata, l’uragano Covid -19 ha stravolto i piani e le agende politiche delle nostre Regioni, ponendole in una posizione di inusuale centralità nel rapporto con i cittadini e in un inedito scontro e dialogo serrato con il Governo.

Pur se formalmente nate con la Costituzione Repubblicana del 1948, una piena regionalizzazione dal punto di vista istituzionale del nostro ordinamento si è compiuta solo negli anni’70.

Un primo riordino del sistema regionale italiano in realtà risale all’epoca post unitaria. Cesare Correnti e Pietro Maestri disegnarono la cartina del Regno con le suddivisioni amministrative che si rifacevano agli Stati preunitari, ma la ripartizione in “Compartimenti” aveva solo scopo statistico: nel Regno d’Italia – difatti – esistevano il Governo, le Provincie e i Comuni.

La Costituzione del 1948 aveva previsto la suddivisione amministrativa della Repubblica in Regioni, aggiungendo ai Compartimenti di Correnti e Maestri la Valle d’Aosta e l’Alto Adige, nel 1963 poi le Regioni raggiunsero l’assetto attuale con la creazione del Molise e del Friuli Venezia Giulia.

Ma come mai se le Regioni entrano nella Costituzione repubblicana nel 1948 quest’anno ne festeggiamo i 50 anni?

La risposta è politica più che storica. Le disposizioni transitorie della Costituzione (VIII e IX) stabilivano che “le elezioni dei Consigli Regionali dovessero svolgersi entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione” e che entro tre anni si sarebbero adeguate le competenze legislative attribuite alle Regioni.

Tuttavia, per mere ragioni politiche, le Disposizioni finali non vennero mai attuate per poco interesse dei Governi e dell’opinione pubblica, per niente interessata a un ulteriore ente locale da eleggere.

Ma non solo. I partiti di Governo temevano che in alcune parti d’Italia – soprattutto nelle regioni rosse del centro nord – i comunisti trionfassero e acquisissero sempre più consenso popolare che li avrebbe portati prima o poi al governo del paese, scalfendo l’egemonia democristiana.

Ma la strada delle Regioni verso la piena legittimazione democratica, istituzionale e amministrativa continuava.

Negli anni ’60 i governi di centro-sinistra si mostrarono più attenti alla regionalizzazione del nostro ordinamento, specie grazie agli esecutivi presieduti da Aldo Moro.

Nel 1968 fu finalmente approvata la Legge 108 per l’elezione dei Consigli Regionali, che celebrarono le loro prime elezioni nella primavera del 1970, 50 anni fa.

Compiuta con molta fatica la regionalizzazione dell’architettura democratica della Repubblica, le competenze demandate alle regioni erano per lo più legate a pure questioni territoriali: turismo, acque minerali, sanità, fiere e mercati, polizia locale.

Ancora poco per attuare pienamente l’Articolo 5 della Costituzione.

Per rispondere a questa mancanza, dopo un lungo e travagliato percorso e dibattito politico parlamentare che durava dagli anni ’70, nel 2001 è stato approvato – dopo un Referendum confermativo – il Titolo V della Costituzione Italiana, che ha ridisegnato i poteri degli enti locali, comprese le Regioni.

Da allora, come è noto, non sempre le nostre Regioni hanno saputo fare buon uso delle competenze di spesa che lo Stato centrale ha loro attribuito.

Le sanità commissariate, i debiti, gli scandali e le inchieste, ci insegnano quanto sia delicata la materia – quella della salute pubblica – che dovrebbe essere garantita nelle stesse modalità a un cittadino calabrese e a uno veneto e di quando la presenza di fatto di venti diverse sanità italiane ne indebolisca il sistema.

Uno dei settori – al contrario – in cui le regioni italiane sembrano brillare per performance, è il turismo, per le quali la riforma del Titolo V del 2001 attribuisce alle regioni competenza legislativa residuale.

E qui, chi meglio di un organo che opera nel territorio, che ne conosce potenzialità e criticità, può meglio studiare politiche di rilancio e di sviluppo per il turismo della propria terra?

I successi di alcune regioni italiane dell’ultimo decennio – su tutti gli exploit turistici di Puglia e Marche – rispondono a questa domanda grazie a governance, politiche turistiche efficaci, marketing territoriale e partnership con le aziende turistiche.

Dopo 50 anni dal loro ingresso ufficiale – con l’elezione democratica dei Consigli regionali – nella vita dei cittadini italiani, il regionalismo italiano sembra essere giunto a piena maturazione, anche se le richieste di maggiore autonomia arrivano da diverse regioni italiane del centro-nord.

Questa discussione politico-istituzionale e il relativo Dossier è stato accantonato nell’ultimo anno, da quando le Regioni italiane si sono trovate a gestire la pandemia in prima linea, sfiorando con le mani il dolore dei propri cittadini e la responsabilità di scelte dure da compiere con lucidità e freddezza.

Molti osservatori hanno parlato – probabilmente esagerando – di Sovranismo regionale, ossia di una tendenza di alcuni Presidenti a prendere decisioni in contrasto con il Governo nazionale e tentando di scavalcare le proprie competenze, pensando di operare nell’esclusivo interesse dei loro corregionali.

Probabilmente ha pesato il nervosismo causato dalla crisi sanitaria ed economica e l’approssimarsi delle elezioni in alcuni regioni, ma non si può discutere sul fatto che negli ultimi mesi la tensione tra Governo e Regioni abbia assunto delle volte toni pesanti, al limite dello scontro istituzionale.

Tuttavia, almeno a mio avviso, parlare di sovranismo – una parola dura e cattiva in ogni declinazione venga usata – è sbagliato.

I Presidenti delle nostre regioni, e come loro i Sindaci, sono in prima linea nella gestione dei problemi veri di noi cittadini, sentono le emergenze e le responsabilità delle loro scelte in maniera più emotiva e sono chiamati a prendere decisioni in maniera più tempestiva rispetto al Governo perchè hanno più polso della situazione e vengono considerati il primo avamposto delle istituzioni a cui rivolgersi.

Nel celebrare il loro 50esimo compleanno, non possiamo che fermarci a riflettere non solo politicamente su quanto efficaci siano le Politiche di coesione messe in campo dal Governo per garantire, a ogni bambino italiano, le stesse possibilità sia che nasca in Piemonte o in Campania, a ogni ragazzo stesse opportunità e a ogni cittadino il diritto alla salute senza le note differenze di assistenza sanitaria di cui sono piene le cronache.

50 anni dopo, le Regioni a Statuto ordinario entrano a pieno titolo nella stagione della maturità. Siamo italiani, ma non possiamo non considerare le differenze geografiche, storiche e culturali che caratterizzano il nostro paese.

Compito delle Regioni, nel futuro e nel presente, è continuare a operare nell’interesse esclusivo dei loro cittadini, senza mai però perdere di vista differenze e valori comuni della nostra Repubblica.