Tra un casco e un abbraccio

Giulia si svegliò di scatto e di buon umore perché era sempre felice delle visite chiamate istruttive. Semplicemente le piaceva tanto non stare in collegamento coi prof ed andare a conoscere cose e persone. Era il giorno di scuola viva e, come da decenni a questa parte, cadeva puntualmente il primo di ogni mese. Primo marzo 2071. Chissà dove si sarebbe andati il primo aprile e il primo maggio. Doveva controllare sui suoi dispositivi.

Così sorrise alla mamma che in cucina sulla sua postazione stava organizzando la giornata, si vestì in fretta e andò al vestibolo dell’ingresso per scegliere il casco da indossare oggi:  giorno bello, casco bello.

L’occhio le cadde su quello argento, si sarebbe messa la tutina grigia che la faceva carina ma non eccessiva.  Non amava mai strafare. Controllò le cariche di aria perché poteva ancora dare voce alla mamma e farne ordinare altre. Due per tutto il giorno, bastavano.

Accese il motore elettrico del suo trasportino e volò all’appuntamento stabilito: oggi la sua classe era in visita al museo delle mascherine.

Che angoscia le prese appena entrarono. Appese alle pareti della prima sala c’erano espedienti che gli uomini avevano usato per proteggersi dalla prima forma di covid. Protezioni ridicole a dir poco. E ti credo che ci si ammalava comunque. Stoffe strette di vari colori, c’erano quelle cucite a mano, mamma mia, quelle per i bimbi con i pupazzetti colorati, le azzurre definite chirurgiche e tutte le altre a seguire.

Insomma la voce guida riferiva che l’umanità era stata colta davvero impreparata e i rimedi del primo decennio erano stati fallimentari.  Giulia si sentì orgogliosa del suo casco e guardò i suoi compagni. Vederli senza valeva come vederli nudi. La visita continuava con foto di case e piazze. Tutti ammassati nelle vie e palazzi con finestre aperte anzi spalancate. Provò freddo improvviso. Non controllavano i nonni dei suoi nonni il livello di aria vitale in casa. Aprivano tutto e ti credo che ci pativano. La tecnologia aveva fatto passi da giganti.

L’ultima sala era una simulazione sensoriale di come l’uomo viveva senza aria personalizzata. Le prese il panico perché d’improvviso era in una piazza stracolma di gente e si sentì toccata e poi spinta. Musica a palla e mani e braccia ovunque. Mangiavano addirittura in compagnia quei miseri. Non sapevano che le stanze da cibo sono come le stanze da bagno, cosa intima.  Basta così, visita conclusa e per fortuna.

Era uscita felice di casa ed ora aveva un peso gigantesco in testa e non era il casco. Quella folle umanità sbiadita dalle foto appese ai muri sapeva di osceno. Forse gli uomini si erano ammalati perché si erano toccati e annusati e avevano ecceduto in tutto. E come ridevano, come bevevano, come mangiavano, sembravano ebbri.  Rientrò correndo e si rinchiuse in camera. Che bello il progresso pensò di nuovo.  E allora di cosa stava piangendo?

Giulia si svegliò di scatto e di cattivo umore. Il pigiama leggero era tutto incollato al corpo di ragazza e il cuore batteva al galoppo. Una lacrima le solcava il viso. Aveva fatto un incubo terribile. Corse in cucina che la mamma beveva il suo caffè.  Papà era stato senza lavoro ai tempi del covid, gente ne era morta ma loro erano rimasti una bella famiglia. Sentiva ancora il peso del casco in testa. L’unico casco che conosceva era quello rosso di Stefano e una volta l’aveva provato. Stefano, il pensiero di lui la invase tutta.  La finestra aperta le fece sentire odore di aria nuova e pensò di abbracciare la mamma. Non lo faceva da un pezzo.   Nel sogno la voce diceva che il toccarsi senza motivo era uso antico.  La mamma al profumo di caffè e Il pensiero dei ricci neri e del sorriso di Stefano le avevano tolto ogni traccia della notte.  Che bello svegliarsi una mattina e lavare il volto con l’aria di primavera. Voleva un abbraccio e allora lo diede.


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Vivo e lavoro in terra di Puglia dove tengo a condurre un’esistenza degna di me. Figlia di mio figlio, mi nutro di emozioni che mi vengono dalle belle persone che amo. Connessa sempre col cielo, il mare, la terra. Leggere e scrivere è nutrire l’anima. Il resto, un dolce divenire nel quale comunicare resta un privilegio che ci salverà. Tutti.

1 COMMENTO

  1. Giocare con i salti temporali. Con la realtà che, a fatica, si fa spazio alle luci dell’alba…delle nostre coscienze.
    Grande Mina, un’altra delle tue deliziose trovate narrative.

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