Vegliare vuol dire combattere l’indifferenza

In un’epoca tutta schiacciata sul presente, la cultura della velocità sembra avere il sopravvento sulla cultura di una pacata riflessività e del confronto comune, nella presunzione che oggi i risultati vincenti si ottengono correndo e imponendosi.

Le nuove tecnologie della comunicazione non sono estranee alla logica della corsa e contribuiscono a far crescere la convinzione che il tempo dell’attesa sia un tempo sprecato e senza senso. La rapidità tecnologica aumenta la quantità delle relazioni, ma rischia di impoverirne la qualità, perché esse hanno bisogno di tempi lunghi per crescere, maturare e consolidarsi: è il tempo dell’attesa attraverso il “vegliare”, dove l’esperienza unita alla “memoria” conduce alla condivisione della costruzione del domani.

Purtroppo questo non appartiene alla cultura della fretta e del risultato immediato, dell’avere tutto e subito senza badare a spese. Alcuni, legandosi come cagnolini al business di grossi “carrozzoni” con enormi costi, hanno l’illusione di essere grandi manager, ma solo nella logica del “Beati monoculi in terra caecorum” (nel paese dei ciechi è beato chi ci vede da un occhio solo). Ahimè questo accade quando il denaro non sudato sostituisce le idee. Già! … Non è sufficiente lavorare; occorre che il proprio lavoro produca di che vivere e non essere mantenuti da altri.

Sant’Agostino aveva perfettamente compreso come la cultura dell’esperienza fosse possibile solo nella misura in cui la coscienza si distendesse nelle tre estasi: del passato, del presente e del futuro, ovvero ricordando il passato (esperienza), concentrandosi sul presente e attendendo il futuro (attesa), mostrando come il tempo non sia mai qualcosa di banalmente rettilineo, ma stratificato su piani intrecciati di relazionalità, esperienze e aspettative. Chi alla relazionalità preferisce la supina obbedienza deve soltanto ricordarsi che sta utilizzando in modo problematico e scriteriato il proprio ruolo e il proprio potere che forse non si è conquistato, ma che gli è stato regalato.

Il “vegliare” costituisce un tempo utile per recuperare chi si è fermato alla preoccupazione dell’istante e non riesce più a leggere e a vivere un tempo che apre allo stupore degli incontri; e questi non ridotti a stampo aziendale.

“Vegliare”, sostiene il monaco Goffredo Boselli, significa combattere lo spirito della noncuranza che si manifesta come indifferenza e insensibilità, come superficialità nei rapporti, disinteresse verso situazioni e momenti in cui non si è direttamente coinvolti, inconsapevolezza del peso delle parole e dal valore del linguaggio dove le arroganze, moderne forme di barbarie, costituiscono coperture alle proprie inefficienze e la calunnia camuffamento dei propri errori.

La noncuranza è di chi ha uno smisurato culto per sé. Esistere solo per se stesso porta a non vedere l’altro, non riconoscerlo per quello che è, condannarlo all’irrilevanza fino a toglierli la vita senza ucciderlo. Le persone vengono sempre prima della “produzione”; e questo non è soltanto materiale omiletico, quanto frutto di una aperta relazionalità circolare e non piramidale.

L’invito potrebbe essere a non lasciar morire in noi la speranza, se vogliamo aiutare chi la sta perdendo: coltivando parole e gesti che giorno dopo giorno costruiscono una vita, favorendo il tempo del silenzio, delle voci basse, dei sussurri e del mormorio sommesso…, senza infrangere la quiete sacrale della notte.