“Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis”

(Virgilio, Eneide, IV 412)

Un amore ingiusto, un amore crudele, un amore che consuma in tutta la usa ferocia, senza umana pietà. Due personaggi, Enea e Didone. Una storia tanto remota e lontana nel mito quanto vicina e tangibile oggigiorno nella disperazione di mille fanciulle tradite dal più nobile dei sentimenti. Un uomo e una donna vittime del capriccio del Fato. Due indoli titaniche ed eroiche, però, che non si risparmiano in una infaticabile lotta contro i capricci della cattiva sorte. Due esistenze, insomma, non proprio facili!

Enea, principe troiano, è un semidio. Sua madre è una dea, la più bella tra le dee, Venere. Suo padre è un umano, si chiama Anchise. Proprio Anchise lo troviamo insieme ad Enea nell’incendio di Troia, la vicenda dalla quale avrà luogo il capolavoro virgiliano de l’ “Eneide”. Le fiamme devastarono Troia, ma Enea sostenne animosamente combattimenti contro i Greci, almeno fin quando gli fu possibile. Ad un tratto, infatti, intervenne Venere che gli mostrò la via maestra, Enea avrebbe inseguito grandi destini fino a rifondare la sua stirpe in Italia.

Un viaggio che si presentò ricco di sorprese. Una tempesta sbalzò Enea sulle coste africane, una passione ancor più tempestosa nacque tra i due. Didone, una bella principessa fenicia, era figlia di Bèlo re di Tiro e moglie di Sichèo. Condusse una vita serena, non per molto tempo però. Suo fratello, Pigmalione, avido delle ricchezze del cognato, lo uccise. La vedova rimase all’oscuro di questo delitto, finché le parve l’ombra del marito a chiarirle tutto. Il suo vero nome, tuttavia, era Elisa. Didone ,invece, appresero a chiamarla quanti le riconoscevano la risolutezza di una vera regina, decisa a rimanere fedele al suo amato, ormai defunto, sino alla morte.

Tutte promesse rivelatrici del carattere fiero e forte della regina, non quanto però la mordacità della passione che la vinse. L’amore supera ogni ostacolo, si sa, ma è tanto più devastante se ordito nelle sue sottili fila dal genio freddo di due dee. Giunone, implacabile nemica dell’eroe troiano, sperava che una vicenda amorosa bastasse a distogliere Enea dai suoi piani. Venere, invece, spinta da una premurosa preoccupazione materna, ritenne che fosse necessario per il figlio riposarsi dignitosamente prima di riprendere il viaggio.

Enea e Didone si innamorano, di più, arrivano ad amarsi follemente. Il figlio di Venere, a tratti, sarebbe disposto persino a lasciare andare in fumo i grandi destini promessigli, incantato dalla rara bellezza della donna fenicia. Tutto sembra volgere al più classico dei lieti fine sennonché Giove giunge implacabile: Il re dell’Olimpo, attraverso Mercurio, richiama Enea al dovere imponendogli una nuova partenza. È cosa risaputa, Giove non tollera disobbedienze. Enea è costretto a riprendere il mare.

Ha inizio la tragedia. La figlia di Bèlo cade nella disperazione più profonda: senza distogliere un solo attimo lo sguardo dalle navi troiane che, salpate, si allontanano da Cartagine, fa innalzare un rogo sul lido, vi sale e, non senza aver prima lanciato il suo anatema contro il fuggitivo Enea e i suoi discendenti, mentre la fiamma divampa, si trafigge il cuore.

Un amore impossibile, insomma, che ha tradito il suo nome.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...