“…basta mettersi accanto invece di stare al centro”

È tempo di voti, un po’ ovunque. Voti che mancano all’appello e appelli al voto; voti che cambiano e voti che restano uguali. E quando ci sono di mezzo i voti, la confusione è assicurata in aula. Aula scolastica. Aula parlamentare. Aula liturgica. Si, perché il lemma è complicato e rimanda a diversi significati.

In ambito cristiano, ad esempio, c’è chi “emette i voti”, ossia chi mediante una scelta pubblica decide di vivere in maniera particolarmente forte e radicale il Vangelo, a partire dalle cose più ordinarie, come l’abito e la casa. Anche la devozione richiama l’affidamento totale e incondizionato a Dio, o magari a qualche figura di santità. Certo, si tratta di un’accezione particolare, perché quando c’è di mezzo il sacro l’esagerazione è sempre dietro l’angolo e il clamore pure.

C’è poi chi si vota a una giusta causa e allora la parola assume i toni dell’incondizionato, le tinte della passione e le sfumature del sacrificio, il sapore della lotta e il retrogusto della battaglia. Battaglie che non mancano quando il termine si connota di politica, anzi di politicismo. In tal caso il voto diventa oggetto di contesa, di caccia sfrenata, di brogli, di retorica, di luoghi comuni. Al punto che non pochi dichiarano di “non voler votare più nessuno”.

E poi c’è l’universo scolastico, dove il voto si trasforma in una bomba ad orologeria. Un voto alto fa piacere, un voto basso fa piangere, un voto buono ma più basso delle proprie aspettative (o di quelle di mamma e papà) manda in crisi. Stigmatizzazione della performance? Gara tra adulti trasferita su bambini e ragazzi? Mania di perfezionismo? Dipendenza dalla conferma? Un po’ di tutto, purtroppo. E così da strumento a servizio della didattica, il voto spesso ne diviene centro gravitazionale.

Personalmente è la parte del mio lavoro che amo di meno, forse perché in fondo ho paura di ferire, come è successo a me. Al liceo facevo parte di una classe animata dalla competizione più insana e spietata, avallata da insegnanti complici, annebbiati dal prestigio di una classe in cui “tutte prendono 9 e 10”, in cui “i programmi vengono portati a termine”, incapaci di cogliere scorrettezze, prevaricazioni, discriminazioni, nonché di valorizzare l’emotività, l’impegno effettivo, il coinvolgimento personale nello studio e tutte le inclinazioni di fronte alle quali crolla qualsiasi metodo didattico di pretesa universale. Ma è solo nella globalità del sé che la persona riesce ad esprimersi veramente. E ogni persona ha diritto ad essere tutto quello che è anche e soprattutto nel momento di una verifica tecnica delle proprie competenze.

Forse, e dico forse, una corretta valutazione dovrebbe abbracciare più cose e più momenti, forzare i segreti dei cuori, agganciare le emozioni, via privilegiata per l’apprendimento nozionistico in senso stretto. Una corretta valutazione dovrebbe tener conto di tante cose, soprattutto in questo momento di forte precarietà, in cui tra l’altro piove dall’alto uno strano e ancora poco decifrabile cambio dei parametri valutativi. Si vuole garantire una valutazione più corretta. Bene, ma una valutazione più corretta sarà garantita soprattutto da un vigoroso cambio di mentalità, in una coraggiosa riappropriazione del tempo.

Perché la valutazione chiede, pretende tempo, in forma di osservazione, dialogo, cura, attenzione ai dettagli, ascolto dei silenzi, lentezza, ripetizione regolare di parole, gesti, simboli. Perché un rito è così, perché homo sapiens è così e homo sapiens, anche homo sapiens tecnologicus, resta sempre homo ritualis, creatura alla ricerca di significati, assetata di spazi d’espressione in cui tutto ciò che è chiamato, “votato” a rappresentarlo, inquadrarlo, valutarlo mantenga l’apertura giusta, il disavanzo sacro, che consola e da forza nella misura in cui non pretende di esaurire l’essenza.

È complicato? Forse sì: non abbiamo molto tempo, non abbiamo sempre le forze e quest’anno non abbiamo troppe possibilità relazionali. Forse no: “basta mettersi accanto invece di stare al centro”. La rubo a Cristicchi. E al momento della valutazione faccio solennemente “voto” di tenere nel cuore, da ora in avanti, il prosieguo della sua canzone, come se ogni alunno mi chiedesse: “abbi cura di me, chè tutto è così fragile”.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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