L’amarezza con cui Alessandro Piazzolla racconta su Facebook le dinamiche post Covid del suo “Teatro Fantàsia” fa il paio con la speranza che tanti (attori, registi e spettatori) nutrono di tornare a calcare il palcoscenico della vita, quella di tutti i giorni, la noia che si mescola all’eccitazione di uno spettacolo in un teatro o nelle periferie cittadine del proprio cuore

Ciao. Alessandro. Il Teatro come Sanremo, con o senza pubblico?

Penso che sia una polemica inutile. La kermesse sanremese è una gigantesca macchina economica. Se si dovesse svolge nella stessa situazione del passato sarebbe un precedente per tutti i teatri italiani in egual situazione. Diverso sarebbe se venisse spostata in uno studio televisivo. Certo è che uno spettacolo di quel genere senza pubblico avrebbe un effetto diverso ma non impossibile da realizzare. Anche il teatro sta sperimentando spettacoli in streaming senza pubblico e dalle ultime notizie apparse anche Sanremo verrà svolto nella stessa situazione.

Cosa ne pensi del teatro online?

Semplicemente, il teatro online, non è teatro. Potrebbe solo essere una soluzione per continuare a svolgere il nostro lavoro, ma la verità è che il teatro va vissuto. L’attore ha bisogno di sentire l’energia del pubblico e se questo gli viene tolto e nascosto dietro uno schermo, diviene innanzitutto uno show televisivo, togliendoci così tutta la magia del nostro mestiere che punta all’essere.

Io personalmente ho deciso di non continuare con i laboratori online, a differenza di molti miei colleghi che si sono saputi adattare alla situazione. Ho fatto tale scelta, perché la mia metodica punta alla presenza, all’ascolto e al contatto continuo, perciò credo che accostare le parole “teatro” e quella “on line” per me, risulta un ossimoro.

Che situazione vive attualmente il teatro?

La stessa di tutti quei settori chiusi dalla pandemia con la leggera differenza che il nostro è sempre stato un settore non tutelato.

Io personalmente vivo il duplice ruolo di attore e di direttore artistico perciò come quest’ultimo devo pensare anche alla gestione economica del nostro spazio teatrale, invece come attore devo pensare a come sopravvivere.

Mi ritrovo con uno spazio teatrale pronto per essere presentato all’intera cittadinanza ma che è vuoto a causa di restrizioni date dal Governo.

Io ironizzo e mi domando: “il mio spazio teatrale esiste oppure no? Posso considerare il Teatro Fantàsia aperto senza un’inaugurazione?” Perché, può sembrare irrilevante ma nonostante la chiusura ogni mensilità viene pagata regolarmente, perciò per qualcuno esisto, anche senza inaugurazione…

Ogni giorno continuo costantemente e con abnegazione ad aprire la porta di questo mondo magico, oggi spento dalla brutale realtà. Ho cercato di realizzare un sogno e come i bambini in riva al mare ho costruito un castello, ma la pioggia di marzo era in agguato. Eh sì, noi teatranti abbiamo una fervida immaginazione e siamo sempre in  lotta con noi stessi.

Secondo te la pandemia ha interrotto i rapporti sociali?

Attualmente questa pandemia ha colpito molto i rapporti sociali creando soprattutto un vuoto cosmico. Ma il più grosso problema è quello che ci stiamo abituando a questa assenza di relazioni, talmente tanto che quando vediamo nei film persone che si abbracciano o situazioni di assembramento il primo pensiero ricorre all’assenza della mascherina.

Già prima, la società aveva questa assenza di rapporti sociali, infatti noi nel teatro lavoravamo tanto sulla fisicità e sulla presenza attraverso lo sguardo, l’abbraccio e la comunicazione…adesso invece è un ricominciare, in quanto la pandemia ci ha chiuso in un senso di emarginazione, e il teatro sotto questo punto di vista può ricostruire i rapporti sociali. Più il tempo passa e più stiamo diventando una società che punta alla solitudine, immersi nella totale globalizzazione economica mondiale.

Ci si sente con un senso di impotenza nel relazionarsi con gli altri, si vorrebbe ma non si può. Quotidianamente sentiamo parlare di crisi economica, ma la verità è che si dovrebbe parlare anche di mancanza di comunicazione che risulta un grosso problema che lo Stato dovrebbe affrontare. Basta pensare a tutti quei ragazzi che organizzano incontri in piazza per picchiarsi perché non avendo modo di scaricare le loro energie devono trovare qualcosa per sfogarsi…

I teatri off rappresentano una soluzione?

Credo che dovremmo cominciare a vedere tutto da un altro punto di vista, dimenticare i grandi eventi con una moltitudine di persone. Per questo, i teatri off o i piccoli spazi teatrali potrebbero diventare una vera soluzione. Certamente con tutti i dispositivi di sicurezza necessari per far si che i teatri continuino ad essere un luogo sicuro, dimezzando i posti a sedere rendendo possibile il distanziamento tra il pubblico, così facendo sarà più semplice monitorare e salvaguardare la sicurezza di ogni individuo. In questo modo i teatri off potrebbero aiutare la cittadinanza soprattutto in un periodo di inettitudine intellettuale, dove la gente è anestetizzata dalla mancanza di cultura che dovrebbe essere invece un bene primario come l’acqua. Aprendo i piccoli teatri della città, essi potrebbero diventare un fulcro per la cittadinanza, un centro di riferimento, un luogo sicuro dove vedere attori esibirsi anche con piccoli monologhi ma che possano colpire l’animo, ma soprattutto aver modo di svagare la mente dal momento storico stressante che stiamo vivendo quotidianamente.

Parlaci del Teatro Fantàsia

Il Teatro Fantàsia è un sogno che si realizza. Non solo mio ma di tutte quelle persone che circolano nella mia rete di conoscenze: allievi, familiari e amici che hanno creduto nel mio operato e che mi hanno spinto e sostenuto affinché io realizzassi questo progetto anche perché nella mia città è la prima realtà totalmente indipendente a fare un passo di questo genere.

Nonostante il blocco continuiamo, non abbiamo mai smesso il nostro studio teatrale e abbiamo riscontrato un avvicinamento di alcuni attori freelance a cui noi stiamo proponendo collaborazioni per il futuro per la costruzione di spettacoli e non solo, così da diventare un ricettacolo di nuove idee, progetti e artisti smarriti ritornati a casa.

La nostra speranza è quella di continuare la seconda edizione del progetto “R-estate all’infanzia” cominciato la scorsa estate, e di dare avvio a rassegne teatrali indipendenti all’interno del nostro spazio non tralasciando l’aspetto formativo laboratoriale.

Come sopravvive, oggigiorno, un teatrante?

Sopravvive con la speranza che tutto questo un giorno o l’altro dovrà finire. Io personalmente, non voglio un sussidio, voglio che venga rispettata la Costituzione, come l’articolo 1, nel rispetto delle norme vigenti. Il teatro è la mia parte viva e da quando è chiuso sto morendo dentro, giorno e notte. Un anno di chiusura è un’eternità, specialmente se tutto è fatto a proprie spese. Non faccio parte dei re Mida del teatro che riescono a sopravvivere con bandi e bandetti, non ne sono capace, non voglio credere che la mia esperienza debba finire a causa dei costi irrecuperabili: io ho sacrificato tutto per il mio Teatro Fantàsia, ma proprio tutto. Forse ho sbagliato a non diversificare i miei sogni, dovevo investire in altro, non essere monotematico, ma non riesco a fare più progetti contemporaneamente… Sicuramente ho sbagliato il periodo nell’apertura del mio spazio teatrale, ma non potevo di certo prevedere una pandemia.

I miei amici mi dicono: “se continuerai così, finirai sotto ad un ponte!” ed io è proprio lì che voglio stare, perché il mio teatro è sotto ad un ponte, in via Imbriani al numero 144 a Barletta.


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