C’è grande attesa nel circo dei fratelli Medici, anche se di fratello ne esiste uno soltanto.

Due bambini attendono il ritorno del padre dalla guerra e lo accolgono a braccia aperte, anche se lui di braccio ne ha uno soltanto.

In questo circo fatto di acrobati, sirene in carne e senza coda,  maghi, incantatori di serpenti e di un uomo forzuto capace di diventare qualunque cosa il caso richieda (contabile, addetto stampa, addetto alle gabbie ecc) tutti sono con il fiato sospeso per la nascita del piccolo Jumbo.

Tanto grande l’aspettativa quanto la delusione e il disappunto nel vedere che il piccolo ha delle orecchie spropositatamente enormi tanto da costargli il nome di Dumbo da “dumb” stupido.

Così parte il nuovo film di Tim Burton che si inserisce nel grande progetto della Disney di dare vita su pellicola cinematografica ai suoi capolavori che hanno fatto storia. Cartoni come Dumbo che hanno segnato probabilmente una pietra miliare nell’infanzia di chi, come chi vi scrive, ha avuto il piacere di vederlo in tenera età.

Un cartone di soli sessanta minuti che fa innamorare di un elefantino le cui orecchie sproporzionate sono diventate icona nell’immaginario collettivo. Simbolo di un personaggio conosciuto anche da chi non ha mai guardato il cartone o letto il racconto da cui è tratto.

Il regista che da voce e dignità agli outsider (pensiamo a Edward mani di Forbice) e la straziante storia dell’elefantino simbolo di emarginazione e inadeguatezza.

Forse l’avvicinamento di Tim Burton a Dumbo era inevitabile.

Il regista si è cimentato nell’impresa non facile di dare nuova linfa e carne e sangue ad una storia che fino ad ora era solo un disegno.

Smorzati i toni più dark tipici delle sue pellicole per dare spazio a una poesia con note che ammiccano ai sogni della infanzia – anche se qualche tono più scuro lo ritroviamo nella caratterizzazione del treno, nei tratti grotteschi di qualche personaggio e nell’isola dell’incubo – la regia ha il taglio di Tim Burton nella spettacolarità delle scene e anche nei temi trattati quali la diversità che da handicap diventa una forza, e questa volta trova spazio anche un messaggio animalista.

Sebbene la trama sia completamente nuova e rivolta ad un pubblico più giovane Tim Burton ha omaggiato gli adulti riproponendo anche qualche immagine tratta dall’amato classico Disney quali la simpatica presenza del topolino, la scena con i pagliacci, e due sequenze cult : quella con gli elefanti rosa trasformati però in bolle di sapone colorate e privati delle caratteristiche più angoscianti e psichedeliche e l’altra accompagnata dalla canzone “Bimbo mio” quasi identica all’originale e probabilmente il momento più toccante del film.

Il circo ben si presta alla fantasia di Tim Burton, come si è già avuto modo di vedere in Big Fish, e infatti si è divertito a inserire personaggi a tratti grotteschi ma che nel complesso suscitano simpatia e qualche sorriso.

L’insegna di questo film è la spettacolarizzazione e il colpo d’occhio.

Nel cast attori del calibro di Colin Farrell, nell’azzeccato ruolo dell’ex artista di circo, padre di due bambini, vedovo che ha perso un braccio in guerra e deve ritrovare il suo equilibrio, Eva Green, una affascinante acrobata francese compagna di Vandemere interpretato da Micheal Keaton (personaggio probabilmente troppo piatto nel suo essere portatore di crudeltà e amoralità) ma anche la simpatica interpretazione di Danny DeVito oltre che una giovanissima Nico Parker nel ruolo di Milly, ragazzina intelligente che insieme al fratellino riesce a capire che quella di Dumbo non è una maledizione, ma un dono.

Nel complesso il film, con una morale piuttosto scontata ed elementare ed una trama non eccelsa, non si può catalogare tra i capolavori di Tim Burton, ma ha incontrato il favore degli spettatori che ne sono usciti innamorati una seconda volta dell’elefantino dai commoventi occhi azzurri.


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