Una vita caratterizzata da molti spostamenti e da amicizie determinanti, quella di uno dei maggiori poeti dell’ermetismo, premio Nobel alla Letteratura

L’assegnazione del Nobel per la fisica al prof. Giorgio Parisi ha riportato il nostro Paese nel gotha delle eccellenze mondiali delle scienze. In questi giorni si è fatto un gran parlare dei precedenti italiani che hanno vinto questo riconoscimento internazionale ed uno dei nomi ricorrenti è stato quello di Salvatore Quasimodo, assegnato nel 1959 alla letteratura. A sei italiani è stato assegnato il Nobile per la Fisica e ad altrettanti per la Letteratura. Il Nobel per la letteratura assegnato dall’Accademia Svedese a Quasimodo seguì quelli scientifici di Daniel Bovet nel 1957 (Medicina) ed Emilio Segrè del 1959 (per la Fisica). Erano i primi del dopoguerra, della giovane Italia democratica e repubblicana e quello a Quasimodo era forse un attestazione a quello spirito pluralista che si faceva strada nel nostro Paese.

Salvatore Quasimodo nacque nel 1901 a Modica, nei pressi di Ragusa. Visse la sua età infantile in Sicilia, nelle varie località nelle quali si trasferiva il padre, che era capostazione delle Ferrovie dello Stato. Si spostò a Messina in seguito al terremoto del 1908: al padre fu assegnato il compito di riorganizzare la stazione della città dello Stretto. Inizialmente la famiglia visse nei vagoni ferroviari, come fecero molti altri superstiti e questa difficile esperienza ha segnato l’animo di Quasimodo. Qui il poeta conseguì nel 1919 il diploma presso l’Istituto Tecnico “A. M. Jaci”, sezione fisico-matematica. In questo periodo comincia la duratura collaborazione con La Pira e Pugliatti, fondamentale per Quasimodo. Il poeta iniziò a scrivere versi, pubblicati su riviste del posto. Si trasferì, poi, a Roma, dove visse dal 1919 al 1926. Qui frequentò il Politecnico, ma, per via delle limitazioni economiche e degli interessi per le lingue classiche, preferì, poi, studi differenti. Nel 1926 iniziò a lavorare al Ministero dei Lavori Pubblici e al Genio Civile di Reggio Calabria. Fare il geometra fu per lui difficile, al punto tale da allontanarlo dalla poesia. Fu la prima volta che pensò di porre fine alle sue aspirazioni poetiche. Riavvicinandosi alla regione natale e riprendendo i contatti con gli amici, tra i quali si ricorda Pugliatti, Quasimodo si riavvicinò alla poesia. Successivamente si trasferì a Firenze: qui, grazie a suo cognato Elio Vittorini, frequentò, l’ambiente letterario della rivista Solaria, dove conobbe Montale, e altre personalità importanti; cominciò  così le sue pubblicazioni poetiche. La prima pubblicazione avviene nel 1930; si tratta della sua prima raccolta di versi, Acque e Terre. Il poeta vince il premio dell’Antico Fattore per le edizioni di “circoli” nel 1932; lo stesso anno, a Genova, viene pubblicato “Oboe sommerso”. Due anni dopo Quasimodo giunse a Milano, dove, accolto nell’ambiente culturale milanese, lasciò l’impiego al Genio civile e si dedicò interamente alla poesia. Nel 1940 fu pubblicata la sua traduzione dei Lirici Greci; ottenne rilevanti consensi, dimodoché rivestì la carica di insegnante di letteratura italiana al Conservatorio. Scoppiò il secondo conflitto mondiale. Nonostante la guerra, Quasimodo non si ferma: scrive versi ed esegue molte traduzioni (si ricordano parti dell’Odissea e il Vangelo secondo Giovanni, Shakespeare e Ruskin, ad esempio); alcune di queste riscossero importante successo. Quasimodo fu travolto da tutto ciò che fu portato dalla guerra e ritenne che la poesia dovesse oltrepassare la sfera aristocratica privata, interessandosi ai problemi sociali e civili, fornendo un supporto per l’uomo sconvolto dalla guerra. In tutte le opere successive, come La vita non è sogno, si poté, dunque, evincere questo impegno del poeta. Al poeta sono assegnati nel 1950 il premio San Babila e tre anni dopo il premio Etna-Taormina. Quindi nel 1959 vinse il premio Nobel. Un anno dopo l’Università di Messina gli assegnò la laurea honoris causa e la cittadinanza onoraria. L’ultima opera, pubblicata nel 1966, “Dare e avere”, rappresenta un bilancio della propria vita, quasi un testamento spirituale. Nel 1967 l’Università di Oxford gli consegnò un’altra laurea honoris causa. Morì nel 1968 a Napoli, a causa di un ictus.

La poetica del poeta siciliano può essere tripartita. In primo luogo, troviamo le poesie relative ai modelli più eminenti del tempo, come Pascoli e D’Annunzio. Con un linguaggio semplice, il poeta parla principalmente dell’amore per la sua terra, ricorda l’infanzia, e lascia trasparire un sentimento melanconico; segue la fase in cui l’ermetismo ricopre un ruolo fondamentale e in cui Quasimodo si focalizza sulla scelta formale e, studiando in questo periodo le lingue classiche, concilia le sue nuove esigenze con l’obiettivo di essere sempre chiaro; infine, la terza fase, in cui il poeta vive la guerra, che lo segna profondamente e grazie alla quale egli si convince di dover dar vita a una poesia più concreta, che si scagli contro la guerra e sostenga l’uomo, che si trova a vivere un periodo difficile.


Fontehttps://www.salvatorequasimodo.it/2018/09/1959-quasimodo-vince-nobel.html
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Nato a Bari nel 2003, vive e frequenta il Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” a Bisceglie. Si definisce un amante delle materie scientifiche, pratica il calcio amatoriale e l’attività fisica e tifa per il Milan, per il quale nutre una autentica venerazione. Ama il mare e la campagna, il buon cibo e la vita all’aria aperta. Musicalmente preferisce ascoltare brani italiani, in special modo quelli di Ultimo e Tommaso Paradiso, ma ascolta anche brani stranieri, come quelli di Shawn Mendes e Bruno Mars. Non rinuncia mai ad una serata in compagnia di amici, specie se sono quelli con i quali è facile parlare di sport ma anche di altri piaceri come quelli de la bonne vie. Desidera viaggiare e visitare in particolare le città d’arte. Scrive per esternare le sue passioni.

1 COMMENTO

  1. A tal proposito voglio ricordare le parole di Quasimodo nello scritto “L’uomo e la poesia” del 1946: “L’uomo vuole la verità dalla poesia, quella verità che egli non ha il potere di esprimere e nella quale si riconosce, verità delusa o attiva che lo aiuti nella determinazione del mondo, a dare un significato alla gioia o al dolore in questa fuga continua di giorni, a stabilire il bene e il male, perché la poesia nasce con l’uomo, e l’uomo nella sua verità non è altro che bene più male”.
    La poesia, quindi, sgorga spontaneamente dal sentire dell’uomo capace di dare concretezza alle tante sensazioni e ai più disparati sentimenti percepiti attraverso le parole per comprendere come leggere il mondo e come trovare in ognuno di noi quella luce interiore che diventa forza per noi stessi e, irradiandosi, anche per gli altri per combattere insieme giorno per giorno e realizzare una vita migliore.

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