«Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta gente preferisce giudicare»

(José Ortega y Gasset)

Dopo la stagione che ha portato alla pubblicazione dei primi “Cento caffè di carta”, dopo la successiva che ci ha visti guidati da Dante lungo cento (più uno) caffè con la Divina Commedia, la strada ora si fa aperta e nuova, e tanti di voi, adorati lettori, mi hanno chiesto quale sarà la direzione.

Bella domanda. “E che ne so!”, è la risposta.

So bene di muovermi tra le forche caudine della ripetizione e dello scontato. So perfettamente che, lasciato Dante, ora un Virgilio, per non dire una Beatrice, servirebbe tantissimo anche a me. D’altra parte, sono convinto che scrivere sia catarsi e rigenerazione. Utile a chi scrive e, voglio sperarlo, persino a chi legge.

Insomma, so quanto importante sia questo appuntamento settimanale con te, caro lettore, adorata lettrice. E non intendo rinunciarci, quale che sia il rischio da correre.

Del resto, di qui la citazione in esergo, se riflettere è laborioso, non pensare è disumano e io, con te, desidero il più possibile acquistare in umanità e giudicare sempre meno.

Oddio, pecco di insincerità. In realtà, c’è una persona che sono spesso portato a giudicare con severità.

Quella persona, sono io.

Forse succede la stessa cosa pure a te? Intendo: anche tu sei portato a essere eccessivamente severo con te stesso? Confondi anche tu, come me, la tensione e lo sforzo con la effettiva realizzazione? Certo, è bello tendere allo zenit: purché non si cada nella frustrazione di misurare lo sforzo sulla concreta (im)possibilità che abbiamo di volare.

Dal canto mio, sono nato, o sono diventato sin da piccolo, perfezionista: difficile cambiare alla mia quasi veneranda età, per quanto mi ci provi.

D’altra parte, penso di volermi un pochino di bene: sarà per questo che tendo ad essere così esigente con me stesso.

Ne La guerra del Peloponneso, Tucidide scriveva: «L’uomo è portato per natura a disprezzare chi lo blandisce e ad ammirare chi non si dimostra condiscendente».

Beh, se questo vale nelle relazioni con gli altri, perché non potrebbe essere in qualche modo vero nella relazione con se stessi?

Per dirla con Mario Rapisardi: ci provoca orticaria chi è di gonne regali umil lecchino (lui se la prendeva con Carducci che cantava la regina Margherita…); d’altro canto, se non siamo piccoli e meschini, ammiriamo chi ha il coraggio di contestarci.

Corto circuito cerebrale che ti invito a rivolgere a te stesso: se continuo a contestarmi, se non mi perdóno nulla, se sono tutt’altro che condiscendente con me stesso, non sarà mica che merito un briciolo in più di comprensione?

Cristicchi canta che l’impresa più grande è perdonare se stessi.

Pensiamoci.

Magari il mio  e tuo egotismo ci acceca. Magari no. Magari è vedere se stessi che ci aiuta a vedere anche gli altri. E, per l’appunto, a non giudicarli.

Per il resto, mi consolano le parole di un illuminato come Rabindranath Tagore: «Se chiudete la porta a tutti gli errori, anche la verità resterà fuori».


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