
“Rispetta gli altri se vuoi avere in cambio la stessa cosa”
(Antica barzelletta orientale)
Bisogna essere in disaccordo con la quasi totalità della gente per iniziare a sperare di essere mentalmente sani: credo lo avesse detto Oscar Wilde, un decadente saggio che per me era quello, in primis, delle labbra che riscrivono la storia.
Si trattava di una citazione sottolineata in gioventù e mai più dimenticata: chissà come mai alcune cose non possiamo proprio cancellarle, forse ci hanno beccati in un momento pressoché perfetto per loro… pochi però devono essere quei momenti, considerato lo squilibrio rispetto alla quantità di cose che poi finiscono nel dimenticatoio.
Come spesso mi accadeva riflettevo, ma solo grazie al fatto che mi trovavo costretto in una sala di attesa, in seguito al brutto vizio di arrivare in anticipo: non pensate lo facessi nella speranza di anticipare gli impegni, sapevo bene che avrei atteso, solo che farlo nella mia comoda cucina mi creava disagio. Per me era meglio tenere il deretano su una dura sedia di ferro ghiacciato, inchiodata ad un pavimento di marmo decisamente vecchio e maltenuto, fra altissime pareti incolore, scrostate senza un ordine preciso.
Mentre lo racconto, anche io mi chiedo che ragione possa avere per fare scelte simili, ma credo di non avere risposta: il minore dei mali, in quelle circostanze, era la scomodità. Nella scomodità e nell’attesa trovavo il tempo per stare esattamente come mi serviva: senza fare niente.
Mi stavo preparando a sostenere una conversazione dalla quale sarei uscito come un cretino, anche questo sapevo: avevo totalmente dimenticato di portare a termine un passaggio fondamentale per quell’appuntamento e me ne ero accorto subito prima di uscire. Potevo scegliere di rinviare, ma non me lo sarei perdonato, così avevo preferito andare lì ad ammettere di essere un imbecille e farmi dire che avrei dovuto tornare, questa volta in maniera completa.
Ora, avevo due scelte mentre aspettavo: continuare a darmi martellate ideali sugli stinchi per la dimenticanza da pivello principiante quale proprio non ero o mettermi a risolvere le equazioni necessarie ad affrontare il pomeriggio. Equazioni proprio vere eh, numeri e formule matematiche. Ma non avevo detto che cercavo un momento per fare niente?
La verità è che cercavo momenti lontani dal quotidiano, poiché quello lo conoscevo a memoria e lì non potevo esimermi da nulla: ogni attimo senza fare aveva il sapore del tempo perso. Nelle sale di attesa, invece, trovavo una giustificazione. Anch’essa sciocca, lo ammetto, ma ognuno di noi dovrebbe poter ammettere di aver bisogno di una scusa per sé stesso.
In fondo, se senza fatica non c’è ricompensa, se senza fallimento non c’è riuscita, se senza disciplina non c’è crescita, se senza impegno non c’è legame, se senza coraggio non c’è riuscita… senza anticipo non c’è ritardo!
Ero immerso nei numeri e nei senza, quando mi hanno finalmente chiamato per l’appuntamento. Ore 09:29, era fissato per le 09:30… mi stavano solo dando un numero: 10.
All’orario previsto mi stavano dando il numero 10: non ero io il cretino! E non lo avrei più ammesso. O meglio, io lo ero, ma loro, come ogni volta, come ovunque, come sempre, come di consueto, maledizione, avevano dimenticato che senza rispetto, non c’è accordo.
Ecco perché doveva essere vero: per essere sani di mente bisognava essere in disaccordo con la quasi totalità della gente.


























