Venga chi può, e sosti qui non per sognare o illudersi, ma per smettere di disperare…

Il mattino è gelido: il meteo ha avvertito che la giornata dell’Epifania sarà tra le più fredde dell’inverno. Un amico ha prenotato una visita guidata agli scavi romani del Rione Terra di Pozzuoli appena restaurati e presto ufficialmente aperti al pubblico. Intirizziti, ci andiamo per tempo tanto più che il cielo è di un azzurro squillante e il mare solo lievemente increspato moltiplica le sue striature cangianti fino a Capo Posillipo e all’isola di Nisida che lo fronteggia. Percorsa la strada in salita, sbuchiamo in una piazza soleggiata sui cui lati irregolari sono disposti alcuni palazzi nobiliari, quasi tutti restaurati. Entriamo nell’edificio denominato Sedile dei Nobili dove ha sede l’Infopoint. L’atmosfera è distesa, le impiegate, tutte volontarie, sono sorridenti e gentili. Nelle loro parole si percepisce un senso d’orgoglio per il servizio che svolgono. Gli scavi che ci accingiamo a visitare li sentono come cosa loro, qualcosa di cui andare fiere, che sono contente di condividere e far conoscere.

Macellum di Pozzuoli

La guida non si fa attendere e subito c’introduce nella parte sotterranea dell’edificio da cui ha inizio la visita. Molto competente, ci svela la caratteristica dei luoghi che ci accingiamo a visitare. Il decumano, i vicoli stretti, le botteghe artigiane, le tabernæ, i postriboli, i criptoportici per la conservazione delle derrate, sono ridiventati fruibili grazie ad un lungo e difficile lavoro d’asporto del materiale – pietrisco, frammenti di statue e decori – stipato per predisporre le fondamenta dei palazzi soprastanti.

Il Rione Terra di Pozzuoli, visto dalla darsena

I marinai, avvistando da lontano l’acropoli e gli edifici sacri, eretti sulla parte eminente dello sperone di tufo proteso verso il mare, gridavano: Terra! Approdando nel porto le navi, provenienti dalle località più importanti del Mediterraneo, portavano a Puteolis cereali, olio, vino, tessuti preziosi e molte altre mercanzie, facendone l’emporio commerciale più ricco del Mediterraneo. Questo passato la nostra guida lo illustra coadiuvata dalle intelligenti istallazioni multimediali che, in modo discreto ed efficace, fanno rivivere davanti ai nostri occhi la movimentata, vivace confusione del porto, con navi in arrivo e in partenza, animano i banchi in pietra delle taverne su cui compaiono piatti colmi di vivande, pesci e carni, anfore per l’acqua e per il vino, e nel fondo delle botteghe ombre d’uomini intenti a lavorare la pietra, a macinare il grano, a preparare il pane.

Una veduta esterna di san Procolo

Al termine del percorso sotterraneo la guida ci accompagna davanti alla Cattedrale e, prima di congedarsi, attizza la nostra curiosità fornendoci alcune informazioni sui criteri che hanno presieduto, dal 2003 al 2014, fra alterne difficoltà e vicissitudini non solo burocratiche, al restauro e alla restituzione della cattedrale di San Procolo, martire sotto Diocleziano, al culto, ai fedeli e agli uomini attenti e pensosi. Il progetto scelto, portato a termine da un’equipe competente d’architetti, archeologi, storici dell’arte, liturgisti e ingegneri, guidata da Marco Dozzi Bardeschi, s’intitola Elogio del palinsesto. San Procolo, interno

Esso, infatti, rendendolo fruibile, leggibile, propone in successione, senza gerarchie, nel rispetto, quello che nei secoli s’è salvato e ci è stato consegnato: resti frammentari del più antico Capitolio (194 a.C.), colonne e blocchi di marmo bianco del successivo Tempio di Augusto (fatto costruire dal ricco proprietario Lucio Calpurnio tra il 17 a.C. e il 14 d.C.), suppellettili della primitiva cattedrale cristiana di epoca tardo-antica, lembi della secentesca Chiesa barocca salvati da incendi, bradisismi, dalle ingiurie del tempo e dai vandalismi degli uomini.

San Procolo, interno

Quel che è dato vedere oggi entrando nel Tempio-Cattedrale (così propriamente si denomina) dalla facciata fortunosamente intatta della chiesa barocca che fa da pronao, è il frontone del tempio d’Augusto, suggerito da alte strutture in vetro e acciaio con le colonne accennate da discrete serigrafie, mentre le colonne corinzie e le reintegrazioni in cemento armato delle colonne andate distrutte delimitano l’aula che le pareti in muratura della chiesa barocca avevano inglobato e nascosto e che un incendio, divampato nel 1964, ha fatto riapparire.

Lo spazio sacro riservato ai fedeli, coperto di panche, digrada verso il presbiterio e l’altare, dove resiste la parte più consistente del vecchio edificio fatto costruire, durante la Controriforma, dal vescovo spagnolo Martin de Léon y Cardenas nel 1636. Nel presbiterio e nel coro sono state ricollocate le numerose tele salvate, ritornate da chiese e musei di Napoli, tra cui spiccano, per valore e significato, quelle di una pittrice, una donna, Artemisia Gentileschi, che qui, e forse solo qui, in uno spazio generalmente occupato dagli uomini, si offre come celebrazione del genio femminile.

San Procolo (in basso a sinistra) e San Gennaro, dipinti da Artemisia Gentileschi

In uno stesso spazio sacro, dunque, si sono susseguiti culti ancestrali, culti pagani, e poi più tardi, nell’era volgare, il culto della comunità cristiana presente a Pozzuoli fin dal primo secolo, come testimoniano gli Atti degli apostoli che raccontano di Paolo qui approdato durante la navigazione verso Roma. Solo nell’età dell’intolleranza, durante la Controriforma, la ricostruzione della cattedrale cristiana ha quasi del tutto nascosto le vestigia del passato imponendo la sua supremazia.

Quando s’è voluto porre mano al restauro, con il progetto appena ricordato, si è compiuto un miracolo. Una sensibilità nuova, cui forse non è estraneo un recuperato rispetto per le diverse forme in cui il sacro si è venuto dispiegando nei secoli, ha fatto di questo spazio, coordinato e per nulla contrastante, una specie di metafora per i tempi bui in cui viviamo.

In un mondo, ahimé, in cui si vanno distruggendo le vestigia ancora resistenti di tanti luoghi sacri per rivendicare una purezza o un primato che può produrre solo distruzione e morte, qui, in questo luogo, è possibile immaginare una forma di religiosità mite e accogliente. Qui, dove l’utopia, almeno nelle pietre salvate e restituite, si è fatta visibile, credenti e non possono trarre ispirazione, gli uni per operare a favore di un ecumenismo del rispetto e dell’amicizia, e gli altri in vista di una convivenza e una commistione pacifica tra le culture.

Venga chi può, e sosti qui non per sognare o illudersi, ma per smettere di disperare, qualunque sia la sua fede o solo perché uomo e pensoso.Pozzuoli, la Casina Vanvitelliana