Temo però che la giustizia terrena sarà sempre poco cosa rispetto al male che non si è evitato di fare.

Il corpo di un ragazzo di 16 anni, quello di una bambina, di una mamma abbracciata al suo piccolo cucciolo di uomo, famiglie intere: il fango e le macerie impastate e vomitate  dalla terra e dall’acqua piovana hanno travolto e ucciso a caso.

Dove sei Padre dei cieli e della terra? Dove sei “io invisibile” kantiano, legge morale e cielo stellato, cantico francescano delle creature beate, albero di Siddharta?

Tutte cose che non servono a nulla, non riempiono pancia e anima?

Più domande che risposte.

Tutto sembra ridotto alla visione sciagurata di Nietzsche: “La vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione e durezza, imposizione di forme proprie”.

La forma tremenda della tragedia e della morte. Reduci da anni di paranoie partorite dal COVID, dal delirio morale e di massa, del rifiuto dell’altro perché forse contaminato.
La globalizzazione che ha la conseguente schiavitù del consumo: possedere senza mai essere.

Il culto del denaro considerato dalla psicanalisi un oggetto pulsionale e quindi irrinunciabile.
La melanconia generata da vite senza apertura sociale e desiderio. L’uomo fuori dalla scena del mondo, pieno di sensi di colpa perché non considerato, dimenticato dagli altri. La dipendenza dall’altro che ha portato Sartre ha scrivere “L’inferno sono gli altri”.

Lacan, psicanalista francese, afferma che la vita è “priva di senso”, in origine, ma aspira ad averne uno: l’uomo è sempre moralmente colpevole, tuttavia non si sente responsabile delle proprie colpe. L’uomo, apparentemente reso infallibile e intoccabile dal potere e dal denaro,  inchiodato successivamente alle proprie responsabilità dalla Legge di Stato; chiamato a rispondere delle proprie azioni, diventa agnellino: si traveste da vittima. Il gioco dell’insensatezza della vita. La morte di innocenti da una parte e il vuoto interiore improvviso di chi poco prima pensava di essere un Re. Costruzioni non a norma di legge, la natura che punisce per il disboscamento, l’uomo che sconfina, l’uomo che diventa un Dio scordando i versetti di Giovanni 3,19: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”.

Siamo disorientati, alla deriva, destabilizzati dalla liquidità dei rapporti.
Il nostro tempo frettoloso, in fuga, è il tempo in cui, lo affermava Heidegger, “il deserto cresce”. Deserto perché “tempo” in cui tutto si consuma e consumandosi inevitabilmente annienta.

E l’uomo moderno, sapiens, deve per poter sopravvivere tirarsi bonariamente qualche sano calcio nel culo, lottare a priori per il bene comune. Spostarsi fisicamente e moralmente dalla casa in cui riposa beato e beone di apparenza, affatto agitato, in attesa che suonino alla porta, per decidere del dolo e della colpa dinanzi al tribunale dell’uomo. Temo però che la giustizia terrena sarà sempre poco cosa rispetto al male che non si è evitato di fare.


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