Gramsci tra crisi dell’ordine e Autorità del diritto

Nel 1926 Antonio Gramsci formulò la celebre distinzione tra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà: l’una capacità critica di analizzare la realtà con lucidità, l’altra fede nella possibilità concreta di trasformarla. Oggi questa dicotomia risulta illuminante per comprendere l’imprevedibilità della scena geopolitica mondiale, soprattutto alla luce del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca. Il mondo assiste a un progressivo smantellamento dell’ordine pubblico internazionale basato su istituzioni multilaterali e norme condivise, tra cui l’ONU, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e i trattati di cooperazione economica e militare. Analisti di Chatham House evidenziano come l’uso di sanzioni e azioni unilaterali da parte degli Stati Uniti abbia rivoluzionato il ruolo tradizionale di Washington nel mantenere la pace e i diritti collettivi, segnando la transizione verso un ordine multipolare in cui attori come Asia e Global South cercano nuove forme di cooperazione, piuttosto che affidarsi al dominio occidentale unipolare. In questa prospettiva, il pessimismo della ragione denuncia un quadro di crescente frammentazione internazionale, erosione delle regole condivise e autorità del diritto internazionale sottoposta a pressioni politiche e tattiche di potere grezzo. L’ottimismo della volontà, inteso come impegno critico alla costruzione di alternative basate sui diritti umani, sulla giustizia globale e sulla cooperazione, diventa quindi una sfida urgente per società civili, partiti e movimenti democratici.

La seconda amministrazione Trump ha adottato politiche estere aggressive che spesso sfidano le interpretazioni tradizionali del diritto internazionale. L’operazione di cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro ha suscitato forti reazioni globali e critiche sulla legittimità giuridica di tali azioni, sollevando interrogativi sul rispetto della sovranità nazionale e delle norme internazionali. Allo stesso tempo, il desiderio della Casa Bianca di acquisire Groenlandia, accompagnato da minacce di tariffe fino al 25% contro gli alleati europei contrari, ha innescato una crisi transatlantica senza precedenti, definita dai leader europei come una spirale pericolosa di coercizione. Queste mosse pongono questioni profonde sull’autorità morale della politica statuale contemporanea: fino a che punto è lecito usare la forza o strumenti economici punitivi per imporre la propria visione strategica, e quanto può sopravvivere la legalità internazionale in un clima in cui la volontà di potenza prevale sulla legge condivisa.

Anche nel contesto interno statunitense si riflettono analoghe pressioni sulla tenuta dei sistemi istituzionali e sulla capacità di organizzare l’opposizione politica. Strategie come l’uso massiccio di ordini esecutivi e l’erosione dei controlli reciproci tra istituzioni rendono difficile un’opposizione efficace davanti a un leader che incarna imprevedibilità, polarizzazione e una narrativa di dominio a tutti i costi. La logica secondo cui chi domina è il più forte induce dinamiche sociali di conflitto, sopraffazione e violenza, alimentando fratture interne e internazionali.

Sul piano globale, aumentano le tensioni geoeconomiche e sociali. La competizione tra Stati Uniti e Cina rimane centrale, ma la frammentazione delle catene globali del valore mostra come gli shock economici possano innescare redistribuzioni e conflitti ulteriori. Allo stesso tempo, l’Unione Europea si trova a un bivio: accordi come quello tra UE e Mercosur cercano di rafforzarne l’influenza globale, ma la risposta alle pressioni di Washington rivela la consapevolezza crescente della necessità di autonomia strategica, portando Bruxelles a reagire con strumenti di ritorsione commerciale senza precedenti.

La comunità internazionale appare sempre più divisa sulla direzione da prendere. Sondaggi globali indicano che in molti paesi l’immagine degli Stati Uniti sotto Trump è percepita come meno affidabile e meno coerente nel garantire sicurezza o leadership multilaterale, con un conseguente aumento dell’influenza percepita della Cina. Questo scenario suggerisce una possibile transizione dall’ordine liberale post‑Seconda guerra mondiale verso un nuovo equilibrio multipolare, in cui il rispetto delle regole e dei diritti internazionali potrebbe cedere il passo alla competizione di potere grezzo.

La realtà geopolitica attuale riflette dunque la tensione gramsciana tra ragione e volontà: leggere la crisi mondiale con lucidità significa riconoscere come la logica della forza stia sostituendo il diritto costituzionale internazionale, mentre credere nella possibilità di trasformazione implica un impegno per costruire istituzioni politiche e norme giuridiche capaci di limitare l’arbitrio dello stato potente. Il mondo post‑Trump non rappresenta semplicemente un ritorno all’ordine precedente, ma una fase di riprogettazione delle regole globali, in cui Europa, istituzioni internazionali e società civile globale sono chiamate a ridefinire cosa significhi autorità legittima, giustizia e cooperazione nel XXI secolo.


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Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.